caso cinturrino
Dalla proposta di un "premio" al dietrofront e ai post spariti. Se la politica parla troppo presto
Dal sostegno immediato all’agente alle successive richieste di attendere l’esito delle indagini, la vicenda ha riaperto la discussione sul confine tra solidarietà istituzionale e prudenza comunicativa nella gestione dei casi giudiziari ad alta esposizione mediatica
Dalla difesa immediata dell’agente al richiamo alla prudenza dopo il fermo per omicidio volontario. La vicenda di Rogoredo, quartiere di Milano, ha innescato una sequenza di prese di posizione politiche che, con l’evolversi dell’inchiesta, hanno segnato un cambio di tono nel centrodestra.
Nelle ore successive alla sparatoria costata la vita a un uomo, il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini aveva espresso solidarietà al poliziotto coinvolto, dichiarando di essere dalla parte delle forze dell’ordine e invitando a non criminalizzare chi opera in divisa. Il caso era stato subito collegato al tema dello scudo penale per gli agenti impegnati in servizio. In alcuni interventi pubblici e post sui social, Salvini aveva parlato di “legittima difesa” e criticato l’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto, rilanciando la necessità di una riforma normativa a tutela degli agenti.
Sulla stessa linea si era collocata l’eurodeputata leghista Silvia Sardone, che aveva sostenuto pubblicamente che il poliziotto “meriterebbe un premio e non un’indagine”, posizione che aveva acceso il confronto politico e mediatico.
Anche da Fratelli d’Italia erano arrivate dichiarazioni di vicinanza alle forze dell’ordine. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami aveva richiamato la necessità di tutele normative per gli agenti impegnati in contesti ad alto rischio, inserendo l’episodio nel più ampio dibattito sulle garanzie per chi indossa la divisa.
Nel dibattito è intervenuto anche Giovanni Donzelli, che inizialmente aveva parlato di “atto dovuto” riferendosi all’indagine e invitato a non trasformare un episodio di servizio in un processo mediatico contro l’intero corpo di polizia.
Il quadro è cambiato quando la Procura di Milano ha disposto il fermo dell’agente con l’accusa di omicidio volontario. A quel punto le dichiarazioni si sono fatte più caute. Salvini ha affermato che “chi sbaglia in divisa paga più degli altri”, pur rivendicando di non rinnegare la solidarietà espressa nelle prime ore e dichiarando che rifarebbe quei post. Ha invitato a distinguere eventuali responsabilità individuali dall’operato complessivo delle forze di polizia.
Dopo il fermo, esponenti del centrodestra hanno sottolineato che, qualora le accuse venissero confermate, si tratterebbe di un fatto gravissimo, rimarcando però il principio della presunzione di innocenza e la necessità di attendere l’esito delle indagini.
La vicenda di Rogoredo si è così trasformata in un caso politico oltre che giudiziario. Prima la solidarietà compatta all’agente, poi l’invito a lasciare spazio agli accertamenti della magistratura. Parallelamente, diversi editoriali e analisi hanno evidenziato il rischio di una polarizzazione immediata della narrazione pubblica – tra “eroe” e “colpevole” – prima ancora che fossero chiariti i fatti, riportando al centro il tema del rapporto tra politica, informazione e giustizia.
Una sequenza che ha riaperto il confronto sul linguaggio utilizzato nelle fasi iniziali delle inchieste e sull’equilibrio tra tutela delle forze dell’ordine e rispetto del principio di presunzione di innocenza.