Panathlon Club Siracusa
Lo Scudetto del 1980 e la battaglia di oggi: “Intitoliamo a Liliana Pizzo il palazzetto del trionfo Alidea”
La presentazione del libro di Tiziana Pizzo l'ennesima occasione per portare avanti l'iter alla memoria del coach di pallavolo femminile
La memoria sportiva, a volte, non è solo celebrazione: può diventare richiesta, rivendicazione, perfino battaglia civile. È il filo che ha attraversato l’incontro di sabato mattina nella sede della Pro Loco di Siracusa, in piazza Santa Lucia, dove Donatella Pizzo è intervenuta a margine della presentazione del volume appena pubblicato dalla sorella Tiziana. Un appuntamento promosso dal Panathlon Club Siracusa e dedicato alla storia della Alidea Catania, la squadra che nel 1980 conquistò lo Scudetto della pallavolo femminile: un’impresa diventata simbolo per un’intera generazione.
A moderare il confronto la consigliera federale Fipav Adriana Bazzano e Manuel Bisceglie, giornalista del nostro quotidiano, in un racconto che ha tenuto insieme il gesto sportivo e la dimensione umana di quella stagione. Perché dietro il tricolore non ci furono soltanto vittorie e classifiche, ma un progetto capace — almeno per un anno — di superare rivalità, confini e diffidenze, trascinando una città e un movimento.
“Noi intercambiabili. Ma questo libro è tutto suo” Donatella Pizzo ha riportato la platea dentro l’intimità di quella storia, a partire dal rapporto con la sorella. Nella stagione dello Scudetto, ha ricordato, Tiziana si infortunò nella seconda parte del campionato e lei fu chiamata a sostituirla in campo. “Noi siamo intercambiabili”, ha detto, rivendicando però una distinzione netta: se quello Scudetto appartiene a entrambe, il libro “è tutta opera sua”.
Poi, la confessione più personale: non è ancora riuscita a leggerlo fino in fondo. “Ogni volta piango”, ha ammesso. La scrittura, come spesso accade quando si prova a mettere ordine nel passato, ha riaperto ferite e commosso ricordi: lutti, malattia, passaggi difficili. Un percorso nato idealmente nel 2020, quando si immaginava di celebrare i quarant’anni dall’impresa, e trasformatosi nel tempo in qualcosa di più grande di un anniversario.
Un libro nato anche dalla “spinta” delle compagne Nel racconto di Donatella, un ruolo decisivo lo ha avuto Maria Grazia Rannisi, presente all’incontro e indicata tra le persone che più hanno insistito perché Tiziana trasformasse appunti, fotografie e testimonianze in un racconto organico. L’idea iniziale era essenziale: profili delle atlete e ricordi per una festa celebrativa. Poi la storia ha preso spazio, ha resistito agli stop della pandemia, si è caricata del peso delle vicende familiari e, proprio per questo, si è fatta memoria collettiva di un’epoca.
La “stagione perfetta” e la fusione che cambiò tutto Lo Scudetto del 1980, ha sottolineato Donatella, non fu un caso. Nacque dalla fusione di due realtà allora contrapposte, Bowling e Torre Tabita: una scelta coraggiosa, resa possibile — nel suo racconto — dall’intuizione di Liliana Pizzo e di dirigenti che compresero come “così non si andava da nessuna parte”. All’inizio “non si parlavano”, ha ricordato riferendosi alle ragazze; poi allenamenti, rigore e passione fecero il resto, fino a trasformare un gruppo diviso in una squadra capace di diventare irripetibile.
Trasferte, pregiudizio e la forza di trasformare la fatica in rito Nel viaggio a ritroso entra anche la durezza materiale di quegli anni: trasferte pesanti, costi, aerei e vagoni letto, e la sensazione che una squadra siciliana dovesse sempre combattere anche contro un certo pregiudizio. Ma il punto, per Donatella, è come quella fatica venisse “convertita” in energia da Liliana Pizzo: severa in allenamento, capace però di vivere la partita come un momento finale di divertimento totale, rendendo anche le trasferte un rito gioioso fatto di gruppo, panini e complicità.
Donne nello sport: dignità, stereotipi e una modernità inattesa Lo sguardo si è poi allargato alla condizione femminile nello sport: episodi, etichette, stereotipi di un’Italia in cui bastavano i pantaloncini per essere additate. Donatella ha rivendicato la figura della madre come donna “avanti”, già capace negli anni Cinquanta di scegliere studio e sport, di difendere la dignità femminile e di formare — attraverso la pallavolo — “centinaia di ragazze” non solo come atlete ma come persone consapevoli.
“L’errore di oggi? Partire da ‘voglio vincere’” Nel confronto tra ieri e oggi, Donatella Pizzo ha indicato quello che considera il vizio d’origine dello sport contemporaneo: l’ossessione della vittoria. “Non possiamo vincere tutti”, ha detto. La sconfitta non è fallimento, ma un passaggio; mentre legare tutto al risultato genera pressione e avvelena la pratica sportiva. Nel suo ricordo, invece, l’allenamento e la competizione nascevano da altro: piacere, gruppo, crescita.
La ferita di Catania: “Intitoliamo il palazzetto a Liliana Pizzo” Il passaggio più polemico, però, riguarda il presente. Donatella ha ribadito che lei e Tiziana chiedono da tempo che il palazzetto storico di piazza Spedini — luogo simbolo di quella stagione — venga intitolato a Liliana Pizzo. Una richiesta che, a loro dire, si sarebbe scontrata con una chiusura netta dell’amministrazione: un “no” immediato attribuito al sindaco Enrico Trantino e giudicato “immotivato”.
È qui che affiora l’amarezza: sentirsi ridurre tutto a “ha vinto lo scudetto”, come se bastasse a ridimensionare una vita spesa nel lavoro educativo. “Non è che la mamma ha vinto lo scudetto: la mamma ha attraversato un’epoca”, ha scandito, ricordando decenni di impegno sportivo e formativo. Nel racconto entra anche la denuncia per alcune assenze istituzionali alla presentazione del libro a Catania, nonostante gli inviti: un segnale letto come indifferenza, se non come il riflesso di un clima che Donatella definisce “invidia malcelata”.
“Palermo lo farà”: una palestra scolastica dedicata a Liliana A rendere ancora più evidente il contrasto, l’annuncio riportato durante l’incontro: da Palermo sarebbe arrivata la disponibilità a intitolare a Liliana Pizzo una palestra scolastica all’Istituto Regina Elena. Un gesto definito tutt’altro che simbolico: perché in quella palestra si gioca pallavolo ogni giorno e gli spazi vengono aperti anche alle società, trasformando l’intitolazione in un riconoscimento vivo, quotidiano.
Quando una città si riconosceva in una squadra Nel finale, il racconto si è illuminato. Nel 1980, Catania viveva la pallavolo come appuntamento fisso: per strada la gente chiedeva “sabato quando giochiamo?”. Pubblico, giornali, ambiente federale: tutto sembrava spingere. E la città, ha ricordato Donatella, arrivò a percepirsi davvero come una capitale della pallavolo. Un’epoca diversa, “non la Catania di oggi”, ma un’epoca che continua a reclamare memoria, rispetto e — forse — un’intitolazione che vada oltre le parole, incidendo finalmente un nome su un luogo simbolo.