24 febbraio 2026 - Aggiornato alle 22:12
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inchiesta pandora

Il processo a Luca Sammartino, la querelle sulle intercettazioni alla Consulta. La Procura: «Sudano sempre tutelata»

Approda alla Corte Costituzionale il caso sollevato dal Senato contro la Procura di Catania in merito alle intercettazioni e alle perquisizioni svolte nella segreteria politica della coppia

24 Febbraio 2026, 17:42

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L'assessore regionale leghista Luca Sammartino, accusato di corruzione e scambi di favori in occasione delle elezioni regionali e delle Amministrative, poteva essere intercettato dagli inquirenti anche nella sua segreteria politica che condivideva con la compagna Valeria Sudano, senatrice della Lega e quindi soggetta a richiesta e valutazione preventiva dello stesso Senato per essere sottoposta a intercettazioni? È la domanda attorno al quale si decide il futuro dell'inchiesta Pandora, almeno relativamente alla posizione di Sammartino. Il tema è stato sollevato dal Senato nei confronti della Procura di Catania ed è approdato davanti alla Corte Costituzionale. «Vista l’entità delle questioni costituzionali sollevate», infatti, con l’ordinanza del 7 luglio 2025 la Corte ha definito ammissibile il ricorso e ha disposto la sua notificazione oltre che alla Procura anche al Gip del Tribunale di Catania e alla Camera dei deputati.

Sammartino è stato rinviato a giudizio per due episodi di corruzione. Il vicepresidente della Regione condivideva a Catania con la compagna e senatrice Sudano anche la segreteria politica, dove la polizia giudiziaria, con decreto del Gip, ha installato dispositivi destinati alle intercettazioni ambientali audio e video. Gli investigatori hanno anche effettuato perquisizioni che - è l'accusa del giudice relatore Viganò - «avrebbero potuto ricondurre a oggetti o documenti riconducibili all’indagato o alla senatrice».

L'avvocato per il Senato Vittorio Manes ha chiesto che «la Corte Costituzionale dichiari la violazione della sfera di attribuzioni costituzionalmente garantite al Senato della Repubblica» dall’articolo 68 della Costituzione, chiedendo quindi che sia dichiarata dalla Consulta la nullità dei decreti emessi dal Gip e delle intercettazioni. «Se anche la polizia giudiziaria avesse agito all’origine inconsapevolmente - secondo Manes - l’autorità giudiziaria avrebbe infatti comunque in un secondo momento dovuto chiedere autorizzazione a procedere alla camera parlamentare di appartenenza di Sudano in modo da non interferire con la libertà e l’autonomia della funzione parlamentare. Ma non lo ha fatto».

L'avvocato ha continuato: «La Procura afferma che Sudano non era obiettivo dell’indagine, che le intercettazioni non erano a lei rivolte; e sostiene che se si ritenesse applicabile la guarentigia dell’articolo 68 si estenderebbe anche indirettamente a soggetti estranei alla guarentigia, una categoria che ad essi non si riferisce, costituendo una categoria di cittadini immuni per cooptazione e così avendo la deriva verso lo stato feudale». Per Manes invece «è esattamente il contrario. In uno stato feudale - rimarca - la guarentigia è un odioso privilegio individuale, privato. Nello stato di diritto invece la guarentigia non copre il soggetto, ma l’attività politica ed è connessa allo svolgimento del mandato da indebite interferenze esterne. E ogni volta che l’atto investigativo incide in quello spazio, dove si esercita la funzione, entra in gioco la guarentigia e l’esigenza di chiedere l'autorizzazione alla camera di appartenenza. La tutela costituzionale non può essere intesa in senso restrittivo».

Ferma la posizione della Procura di Catania che, rappresentata dai procuratori Francesco Curcio e Agata Santonocito, ha chiesto il rigetto del conflitto affermando che le indagini non hanno mai riguardato la senatrice, ma solo il compagno. «Si è ritenuto di salvaguardarla, le sue locuzioni non aggiungono una virgola. Le indagini non avevano alcun collegamento con la parlamentare», hanno obiettato.

Per quanto riguarda le intercettazioni ambientali avvenute ad uso esclusivo dell’indagato, la Procura ha fatto presente che si trattava di un immobile composto da 12 locali, per circa 358 metri quadri che ospitavano all’epoca due distinte segreterie politiche, una riconducibile alla Sudano e l’altra a Sammartino. La procura descrive l’intestazione alla Sudano quasi come strumentale dal momento che l’immobile è di proprietà dello zio del compagno, che lo ha concesso in comodato al nipote in forza di un contratto del 2013 mai rescisso e solo nel 2018, quando Sammartino ha appreso di essere indagato nell’ambito di un procedimento penale in cui gli è stato sequestrato un cellulare, è stato registrato un secondo contratto in comodato del medesimo immobile in favore della senatrice.

Ad aggravare il quadro, secondo gli atti della Procura, il fatto che Sammartino avrebbe chiesto ad un ufficiale di polizia giudiziaria, corrompendolo, di effettuare bonifiche per individuare nei locali da lui utilizzati la presenza di microspie. «Noi abbiamo fatto tutto tranne che di incidere in qualsiasi modo con le intercettazioni sulle prerogative e funzioni della senatrice - hanno ribadito Santonocito e Curcio - Insomma, se un parlamentare va tutti i giorni al bar e scherza e ride con il proprietario che è un trafficante di droga, per intercettarlo dobbiamo chiedere l’autorizzazione al parlamento?».

A conclusione dell’udienza è arrivata la domanda del giudice costituzionale Francesco Saverio Marini alla Procura: «Dite che l'obiettivo è di non impicciarsi nel rapporto del parlamentare, ma scrivete che per individuare le stanze di Sammartino avete visto gli oggetti personali a lui riconducibili e i documenti a lui indirizzati, e questo farebbe pensare che come avete visto in quella sala i documenti a lui indirizzati, in altre sale avete visto anche quelli indirizzati alla parlamentare. Cosa è concretamente successo? Può specificare questo?».

Immediata la replica: «Semplice, i carabinieri avevano la delega di mettere le microspie solo e soltanto nella postazione di lavoro del deputato della regione siciliana». Quindi «dove hanno visto che vi erano immagini, dati e fotografie che già esternamente entrando nella stanza erano ricollegati alla figura del Sammartino, sono entrati e hanno trovato sulla scrivania questi documenti, che non sono stati comunque aperti, non sono stati oggetto di una relazione ma solo usati visivamente per eseguire la delega della autorità giudiziaria. Non troverete infatti in atti nessuno di questi specifici documenti, né tanto meno di quelli della senatrice. La ricerca era finalizzata ad individuare la postazione di lavoro del Sammartino. Sotto questo aspetto non vi è stata alcuna ispezione documentale».

La parola adesso alla Consulta, la cui sentenza potrebbe avere ricadute sul procedimento. Intanto la restante parte del processo sta andando avanti. Il Tribunale di Catania ha disposto il congelamento della trascrizione delle intercettazioni che sono oggetto di analisi della Consulta.