Cronaca
Pozzallo, fuga dal lager libico e inseguimento in mare: la denuncia di un salvataggio che non dovrebbe accadere
Ecco cosa c'è dietro l'operazione di Aurora Sar che ha portato in banchina al porto 21 migranti
Una fase del salvataggio
Quello che è accaduto nelle acque del Mediterraneo, poche ore prima dell’arrivo di 21 migranti a Pozzallo, non può essere liquidato come un semplice “salvataggio”. È il racconto di una fuga disperata da un lager libico, di un inseguimento in mare aperto e di minacce rivolte ai soccorritori. Una vicenda che, ancora una volta, mette a nudo la brutalità del sistema di detenzione in Libia e il rischio quotidiano che grava su chi tenta di scappare da violenze e torture.
Secondo le testimonianze raccolte, i 21 migranti – tra cui tre minori – sono riusciti a sottrarsi ai loro carcerieri solo grazie a un piano preparato in segreto. Sabato notte, approfittando del buio, hanno trovato una piccola imbarcazione e un motore di fortuna. Era l’unica possibilità per sfuggire a un luogo che definire “lager” non è un’esagerazione, ma la cruda realtà documentata da anni da ONG e organismi internazionali.
La fuga, però, non è passata inosservata. Le Guardie Costiere libiche, avvertite della scomparsa della scialuppa, hanno immediatamente acceso i motori delle loro motovedette per riportare indietro i fuggitivi. Un ritorno che, per molti di loro, avrebbe significato tornare a subire violenze, estorsioni, abusi.
La piccola imbarcazione, a corto di carburante, è rimasta alla deriva per ore. Solo il caso – o la fortuna – ha voluto che la nave Aurora SAR, della ONG tedesca Sea-Watch, si trovasse nelle vicinanze. L’equipaggio ha avvistato i naufraghi e ha avviato le operazioni di soccorso.
Ed è qui che la vicenda assume contorni ancora più gravi.
Le minacce della Guardia Costiera libica
Pochi minuti dopo l’arrivo dell’Aurora Sar, una motovedetta libica ha raggiunto l’area. I militari hanno intimato all’equipaggio della Ong di consegnare i migranti, pretendendo il loro immediato ritorno in Libia. Secondo quanto riportato da fonti libiche e dalla pagina “Migrants du Desert”, i toni sarebbero stati aggressivi, accompagnati da vere e proprie minacce rivolte ai volontari.
Una scena che si ripete da anni: uomini e donne in fuga da torture e detenzione illegale, soccorritori che cercano di salvarli, e motovedette libiche – finanziate anche dall’Europa – che tentano di riportarli indietro con la forza.
Questa volta, però, i 21 migranti erano già saliti a bordo dell’Aurora Sar. Una manciata di secondi ha fatto la differenza tra la vita e l’incubo.
L’arrivo a Pozzallo
Martedì mattina, la nave è approdata a Pozzallo. Solo una persona ha avuto bisogno di cure mediche immediate, poi rientrate grazie al lavoro dei sanitari dell’USMAF. Molti, però, presentavano scabbia, segno evidente delle condizioni disumane vissute nei centri di detenzione libici.
La nave della ONG dovrà ora rimanere in porto per alcuni giorni per le procedure di sanificazione, mentre i migranti sono stati trasferiti nell’hotspot.
Una storia che denuncia un sistema
Questa vicenda non è un episodio isolato. È l’ennesima dimostrazione di un sistema che continua a mettere a rischio vite umane, criminalizzando chi fugge e chi soccorre. È la fotografia di un Mediterraneo trasformato in una frontiera violenta, dove la differenza tra la vita e la morte può dipendere da un serbatoio vuoto o da una nave che passa nel momento giusto.
E mentre i 21 migranti cercano ora di ricominciare, resta la domanda più inquietante: quante altre persone, in questo stesso momento, stanno tentando di scappare da un lager libico senza che nessuno le veda?