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Ragusa, i racconti delle nuove schiave romene. Sono le donne della fascia trasformata

La Caritas diocesana: "L'invisibilità non è una condizione delle persone, ma dello sguardo di chi non osserva abbastanza"

24 Febbraio 2026, 23:04

Ragusa, i racconti delle nuove schiave romene. Sono le donne della fascia trasformata

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Le due serate dedicate a “Liberi dall’invisibilità – narrazioni di donne dalla Fascia Trasformata” hanno lasciato un segno profondo nelle comunità di Ragusa e Vittoria. Non è stato un semplice incontro culturale, ma un attraversamento emotivo, un esercizio collettivo di ascolto che ha messo al centro le storie delle donne romene che vivono e lavorano nella Fascia Trasformata, spesso relegate ai margini dello sguardo pubblico. Il progetto nasce da un laboratorio narrativo promosso dalla Caritas diocesana di Ragusa, un percorso che ha permesso a queste donne di raccontarsi, di dare forma a ricordi, paure, speranze, e di trasformare la loro esperienza migratoria in parola condivisa. Il libro di Ciprian Apetrei, giornalista e scrittore romeno da anni impegnato nel raccogliere testimonianze delle comunità migranti, è diventato così un contenitore di voci che chiedono di essere viste, riconosciute, accolte.

La domanda che attraversa il testo – “Se gli invisibili esistono ancora, chi non sta vedendo?” – ha risuonato con forza durante gli incontri. Perché, come ha ricordato la Caritas, l’invisibilità non è una condizione delle persone, ma dello sguardo di chi non osserva abbastanza. È un vuoto di attenzione, una mancanza di relazione, un limite che riguarda tutti.

A Ragusa, nei locali della Biblioteca Diocesana “Mons. Francesco Pennisi”, e il giorno successivo a Vittoria, presso la Mondadori Store, il dialogo con Apetrei ha aperto spazi di riflessione intensi. Le sue parole, radicate in anni di ascolto delle comunità rumene sparse per il mondo, hanno restituito dignità a storie spesso sommerse, mostrando quanto la narrazione possa diventare uno strumento di liberazione e di cura. Le testimonianze delle donne coinvolte nel laboratorio hanno aggiunto un ulteriore livello di profondità: racconti di lavoro nei campi, di famiglie lontane, di sacrifici quotidiani, ma anche di resilienza, di legami che si ricostruiscono, di identità che si trasformano senza perdersi.

A sorpresa, le serate sono state arricchite da una performance dell’artista Aurélia Bizouard, che ha creato un suggestivo “effetto serra”: un ambiente immersivo, fatto di luce e trasparenze, che ha avvolto il pubblico in un’esperienza simbolica. Una metafora visiva dell’essere osservati e dell’essere protetti, ma anche della fragilità di chi vive in condizioni di precarietà. Un gesto artistico che ha amplificato il senso dell’iniziativa, trasformando la presentazione in un momento quasi rituale.

Il progetto “Liberi dall’invisibilità” si inserisce nel più ampio cammino culturale e pastorale della diocesi, che da anni lavora per dare voce alle periferie umane e sociali del territorio. Le due serate hanno confermato quanto sia urgente continuare a costruire spazi di parola e di ascolto, capaci di restituire visibilità a chi troppo spesso resta ai margini. E hanno ricordato che la vera domanda non è se gli invisibili esistano, ma se siamo disposti a cambiare il nostro sguardo per incontrarli davvero.