procura di napoli
Infiltrazioni camorristiche all'ospedale San Giovanni Bosco, 76 indagati
Secondo gli investigatori l’organizzazione avrebbe condizionato attività e servizi interni attraverso intimidazioni e presunte collusioni
Un presunto sistema di infiltrazioni del clan Contini all’interno dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli è al centro di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea. Le indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e dal Nucleo investigativo dei Carabinieri del Comando provinciale di Napoli, hanno portato all’arresto di tre presunti affiliati al clan e di un avvocato, ritenuto dagli inquirenti stabilmente inserito nel circuito di interessi dell’organizzazione criminale.
Le accuse e il ruolo del legale
La Procura di Napoli e il gip contestano all’avvocato Salvatore D’Antonio, 51 anni, il concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’impostazione accusatoria, il professionista avrebbe gestito e reinvestito parte delle risorse economiche del clan, comprese quelle derivanti da truffe assicurative, nell’acquisto di immobili, autovetture e opere d’arte.
Gli inquirenti parlano di un “rapporto di stretta e stabile compenetrazione” con l’organizzazione criminale. L’avvocato, sempre secondo quanto emerge dall’ordinanza, si sarebbe interfacciato con pubblici ufficiali per acquisire informazioni riservate utili agli interessi del sodalizio.
Minacce, appalti e controllo delle attività
L’indagine ricostruisce un presunto controllo esercitato dal clan su numerose attività interne al presidio ospedaliero, attraverso minacce, l’uso di prestanome e presunte collusioni con dirigenti e personale della struttura.
Già in passato altre inchieste avevano documentato tentativi di condizionamento della vita del nosocomio da parte della camorra. In questo caso, l’attenzione degli investigatori si è concentrata anche sugli appalti per le pulizie, i servizi ausiliari e le attività economiche interne.
Nell’ordinanza firmata dal gip Ivana Salvatore si fa riferimento alle pressioni subite da Ciro Verdoliva, all’epoca direttore generale della ASL Napoli 1 Centro. La direzione generale stava tentando di estromettere le aree riconducibili al clan dagli appalti dell’ospedale. A questa iniziativa, secondo gli atti, sarebbe seguito un clima intimidatorio nei confronti del manager, che ha formalizzato le segnalazioni e avviato una collaborazione con la Procura per proseguire nell’azione di risanamento.
Settantaquattro indagati e sei pubblici ufficiali
Complessivamente sono 76 le persone indagate nell’inchiesta, tra cui sei pubblici ufficiali: un ispettore in congedo della Polizia di Stato; un funzionario in servizio all’Inps di Napoli; un ex impiegato dell’Ufficio Patrimonio dell’ospedale, oggi in pensione; due medici attualmente in servizio nel nosocomio e un altro sanitario che vi operava all’epoca dei fatti.
Le contestazioni, a vario titolo, riguardano ipotesi di reato connesse all’associazione mafiosa e alle attività economiche illecite ricondotte al clan.
L’inchiesta riporta al centro dell’attenzione il tema della vulnerabilità delle strutture sanitarie pubbliche alle infiltrazioni criminali e del ruolo delle istituzioni nel contrasto ai tentativi di condizionamento. Le indagini proseguono per delineare eventuali ulteriori responsabilità.