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la sentenza

Morì dopo aver contratto un batterio ospedaliero: Corte d'Appello condanna il Policlinico di Catania

L'ospedale contestava la correttezza della consulenza evidenziando che la causa del decesso della paziente era legata a infezioni pregresse

25 Febbraio 2026, 16:44

17:08

"L'ex ospedale nelle mani di clochard e tossicodipendenti"

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Dodici anni di calvario. Anzi di doppio calvario. Da una parte il lutto per la perdita di una moglie e di una madre, dall'altra la battaglia per poter scrivere sulla lapide la parola giustizia. La Corte d'Appello di Catania ha condannato il Policlinico "Rodolico-San Marco" a risarcire i familiari di una paziente morta nel 2014 fra le corsie del Ferrarotto, all'epoca ancora attivo. La somma da liquidare, secondo il collegio dei giudici di secondo grado, è di quasi 500.000 euro. La sentenza è arrivata al termine del procedimento d'appello scaturito dall'impugnazione da parte dei legali dell'ospedale catanese del verdetto di primo grado. La prima sezione della Corte ha rigettato l'appello e ha confermato la responsabilità della struttura sanitaria per la morte della paziente. Ma non solo, il collegio ha anche accolto l'appello incidentale presentato dai familiari della donna scomparsa e quindi il risarcimento è lievitato.

La storia clinica della donna è delicata. La paziente, cardiopatica, è stata ricoverata nel 2014 al Ferrarotto. Durante la degenza in ospedale la signora ha contratto - così è stato accertato dal Ctu - una grave infezione nosocomiale da Achromobacter species che poi è degenerata in endocardite batterica acuta. Una condizione che ha reso necessario un intervento cardiochirurgico d'emergenza: la donna, però, è peggiorata in modo irreversibile. Ed è morta. Nel 2017 i familiari, vedovo e figli, si sono rivolti allo studio legale Seminara & Associati per accertare se ci fossero delle responsabilità imputabili alla struttura sanitaria. Il Tribunale di Catania le ha riconosciute ma il Policlinico ha impugnato la decisione. Per l'azienda universitaria ospedaliera le cause della morte sarebbero state infezioni pregresse che la donna aveva contratto in un altro ospedale. Inoltre il Policlinico ha contestato la consulenza tecnica. Gli avvocati Seminara e Gagliano, in rappresentanza dei familiari della vittima, hanno "difeso" la correttezza della Ctu e, quindi, la sussistenza di un nesso causale tra infezione e decesso.

La Corte d'Appello ha così respinto i motivi di ricorso: «Le risultanze istruttorie non consentono di ritenere che le pregresse infezioni nosocomiali siano state causa del decesso, ma, per di più, lo stato di forte debilitazione in cui si trovava la donna, sia a cagione della grave cardiopatia sia per le pregresse infezioni contratte durante il ricovero nell'altro ospedale, avrebbero imposto all’odierna appellante l’adozione di ulteriori e maggiori precauzioni per evitare eventi drammatici, come, purtroppo, accaduto. Precauzioni che, per come correttamente osservato dal primo Giudice, non risulta siano state adottate, essendosi l’appellante limitata a produrre i protocolli all’epoca adottati, ma non anche a provarne la loro concreta applicazione nel caso in esame».

Le somme liquidate sono state rideterminate in aumento: 260.000 euro circa in favore del marito, 215.000 per ciascun figlio. «Questa pronuncia che chiude, salvo eventuale ricorso in Cassazione, una lunga battaglia giudiziaria iniziata con un accertamento tecnico preventivo ex legge Gelli-Bianco e proseguita per anni tra consulenze, contestazioni e ricostruzioni cliniche», commentano i legali dello studio Seminara. «Per i congiunti della vittima, dopo oltre un decennio dalla perdita, arriva una nuova e più incisiva conferma giudiziaria: la morte della paziente non fu causata dal destino ineluttabile bensì da una gestione sanitaria inadeguata. E se nulla può restituire una moglie e una madre, almeno la giustizia civile ha riconosciuto le responsabilità e il diritto al risarcimento», concludono.