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Le ragioni del Sì

Referendum, Pruiti: «Questa riforma rende più credibile la giustizia agli occhi dei cittadini»

Intervista all'avvocato Andrea Pruiti Ciarello

26 Febbraio 2026, 11:45

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Referendum, Pruiti: «Questa riforma rende più credibile la giustizia agli occhi dei cittadini»

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Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai "tecnici" sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo. 

«È una riforma di civiltà giuridica, non una vendetta contro la magistratura», lo afferma con convinzione l'avvocato Andrea Pruiti Ciarello, del foro di Patti ma con studio legale a Catania. E poi rassicura su alcuni pericoli paventati in questa campagna referendaria: «La democrazia è davvero in pericolo quando si mette mano all’indipendenza dei giudici o si consegna il pubblico ministero al potere esecutivo. Qui non accade né l’una, né l’altra cosa».

Avvocato, la prima domanda è diretta: perché votare Sì?

Io voterò Sì, e invito a votare Sì, per una ragione molto semplice: perché questa riforma rende più credibile la giustizia agli occhi dei cittadini senza indebolire di un millimetro l’indipendenza dei magistrati. Abbiamo un codice di procedura penale di impronta accusatoria, voluto da Giuliano Vassalli, campione della sinistra italiana e medaglia d’argento al valor militare per la Resistenza, che immagina il processo come un triangolo: accusa, difesa, giudice terzo, ove accusa e difesa sono equidistanti dal giudice. Ma nella realtà istituzionale quel triangolo è sbilanciato: giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera, allo stesso CSM, agli stessi meccanismi correntizi. La riforma costituzionale non inventa nulla di esotico: separa le carriere, sdoppia il CSM, introduce un’Alta Corte disciplinare terza e utilizza il sorteggio per scoraggiare le lottizzazioni e ridurre l’impatto delle correnti politicizzate dell’ANM sulla formazione del CSM. Votare Sì significa riallineare la Costituzione in coerenza con il processo penale che già abbiamo: un giudice effettivamente terzo, un pubblico ministero autonomo ma distinto, un sistema disciplinare che non sia più “domestico” né “addomesticabile”. È una riforma di civiltà giuridica, non una vendetta contro la magistratura. Infine, in Europa, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi nordici prevedono carriere separate, a carriere unificate ci sono saldamente Turchia, Bulgaria e Romania. Preferisco avere un sistema più simile ai primi, piuttosto che agli ultimi.

Democrazia a rischio. L’Anm palesa molto questo pericolo. Come risponde?

Quando si evoca lo spettro della “democrazia a rischio” bisognerebbe sempre pesare le parole. La democrazia è davvero in pericolo quando si mette mano all’indipendenza dei giudici o si consegna il pubblico ministero al potere esecutivo. Qui non accade né l’una, né l’altra cosaIl pubblico ministero resta un magistrato, inserito nell’ordine giudiziario, soggetto soltanto alla legge. Nessuna disposizione della riforma lo colloca gerarchicamente alle dipendenze del Governo, nessuna attribuisce al Ministro della Giustizia il potere di dargli ordini sui singoli procedimenti. Anzi, con la nuova formulazione dell’art. 104 Cost. l’autonomia del PM riceve per la prima volta una tutela esplicita e rafforzata di rango costituzionale: il pubblico ministero non è più “ospite tollerato” nell’ombra dell’ordinamento giudiziario, ma figura chiaramente come componente di un ordine autonomo, dotato del proprio Consiglio superiore, costituzionalmente garantito e presieduto dal Capo dello Stato. Cambia l’architettura dell’autogoverno, non la sua indipendenza, che anzi viene rafforzata: avremo un CSM dei giudici e un CSM dei pubblici ministeri, entrambi organi costituzionali, entrambi guidati dal Presidente della Repubblica, entrambi composti in parte da magistrati estratti a sorte e in parte da laici di alta qualificazione, anch’essi sorteggiati da elenchi rigorosamente selezionati. È difficile, onestamente, descrivere questo assetto come una “resa” al potere politico. Se c’è un rischio per la qualità della nostra democrazia, oggi, sta altrove: nei sistemi di potere interni che, nel tempo, hanno condizionato nomine, carriere, procedimenti disciplinari. Il caso Palamara non è stato un brutto sogno, ma la rappresentazione plastica di un modello di autogoverno logorato dal correntismo. Riformare questo modello, renderlo meno condizionabile dalle correnti, non è un attentato alla democrazia: è un tentativo di restituire ai cittadini fiducia democratica nella giurisdizione. Quanto allo slogan “votiamo NO per difendere la Costituzione”, mi permetta una notazione polemica: è una truffa semantica. La riforma che gli elettori saranno chiamati a confermare è stata approvata dal Parlamento con le quattro letture previste dall’art. 138 Cost., cioè nel pieno rispetto delle procedure costituzionali. Non c’è un “noi” che difende la Costituzione e un “loro” che la profana: c’è una Costituzione che, come tutte le carte moderne, prevede in sé stessa la possibilità di essere aggiornata. Dire che la Costituzione si difende cristallizzando lo status quo significa fraintenderne la natura. La Costituzione non è un feticcio intoccabile, è una carta viva, che deve potersi allineare ai migliori standard liberali e garantisti – penso, ad esempio, all’art. 6 CEDU sulla terzietà del giudice – per tutelare sempre meglio i diritti dei cittadini. Da questo punto di vista, la riforma non mette a rischio la democrazia: ne rafforza le garanzie, chiarendo ruoli, separando funzioni e blindando a livello costituzionale l’autonomia di tutti gli attori del processo, giudici e pubblici ministeri.

Perché la separazione delle carriere è così fondamentale? La prego, però, non mi parli del caffè al bar fra pm e giudice.

Ha ragione: il tema non è il caffè al bar, perché a volte, molto raramente, capita anche agli avvocati di prendere il caffè nello stesso bar dove lo consumano insieme giudici e pubblici ministeri. A parte la battuta, il tema non è il caffè, è la struttura del sistema. Oggi giudici e pubblici ministeri sono selezionati con lo stesso concorso, sono valutati dalle stesse commissioni, rispondono allo stesso CSM e, se pur una sola volta nella carriera, possono ancora passare da funzioni requirenti a giudicanti e viceversa. Questo produce un dato culturale e istituzionale: il pubblico ministero, che nel processo è parte, appartiene però alla stessa “famiglia” del giudice. Il cittadino che entra in aula sapendo che chi lo accusa e chi lo giudica fanno capo alla medesima carriera, agli stessi equilibri interni e che, in caso di problemi disciplinari, si giudicano a vicenda, fatica a percepire quel giudice come realmente terzo. La separazione delle carriere serve proprio a questo: a rafforzare la terzietà strutturale del giudice, ad istituzionalizzarla. Oggi la terzietà del giudice è rimessa alla statura etica del giudice, alla sua coscienza, domani con l’approvazione della riforma, si aggiungerà una impalcatura istituzionale a sostegno della terzietà del giudice. Il pubblico ministero continua a essere un magistrato autonomo, ma non è più “collega” del giudice nella progressione di carriera, nelle aspettative di nomina, nelle dinamiche correntizie. È il modo più trasparente e leale per prendere sul serio e applicare fino in fondo il modello accusatorio e le garanzie dell’art. 111 Costituzione e dell’art. 6 CEDU.

Quali saranno i benefici di questa riforma?

Sono tanti ma vorrei elencarne almeno tre, molto concreti. Il primo: un giudice più libero. Un giudice che non è più cointeressato, insieme al pubblico ministero, alle medesime dinamiche di autogoverno, è più sereno nel dire no alle richieste della Procura, nel modulare una misura cautelare in senso meno afflittivo, nel pronunciare un’assoluzione impopolare. Sa di non dover compiacere nessuno – né il collega requirente, né una corrente, né un circuito di carriera – se non la legge e la propria coscienza. È questo, in fondo, il senso più profondo della terzietà: non solo essere indipendenti, ma anche sentirsi liberati da qualunque aspettativa “di corpo”. Il secondo: un pubblico ministero più responsabile. Sapere che il controllo disciplinare sarà esercitato da un’Alta Corte terza, composta da laici di alto profilo e da magistrati di grande esperienza e comprovata qualità, e non più da un organo interno segnato, nel tempo, dalle lottizzazioni correntizie, riduce la tentazione di usare l’azione penale come strumento di visibilità personale o di lotta politica. La storia recente offre molti esempi di indagini annunciate con conferenze stampa trionfali, accompagnate da misure cautelari gravissime, che poi si sono infrante contro le garanzie del processo. Qualcuno potrebbe obiettare: se il processo funziona, basta assolvere, a che pro la riforma? Ma non è così semplice. Le misure cautelari vengono richieste dal pubblico ministero e applicate dal giudice per le indagini preliminari: quanti giovani GIP hanno davvero la forza di rigettare una richiesta cautelare proveniente da una Procura “importante”, dopo indagini costosissime e protratte per mesi o anni? E i numeri delle ingiuste detenzioni – con conseguenti risarcimenti a carico della collettività e rilievi anche sul piano internazionale – dimostrano che questo non è un problema teorico. Con la riforma, i poteri investigativi del PM restano intatti, ma cresce – ed è bene che cresca – la responsabilità nell’esercitarli. Il terzo: meno correntismo, più fiducia. Due CSM distinti, il sorteggio entro panieri altamente qualificati, la composizione mista dell’Alta Corte disciplinare sono tutti strumenti pensati per contrastare quel sistema di scambi, appartenenze e “pacchetti di voti” che ha minato la credibilità della magistratura agli occhi dei cittadini. Il cittadino non pretende l’infallibilità – sa che gli uomini sbagliano – ma pretende una cosa semplice e insieme decisiva: poter credere che chi giudica sia lì perché merita, non perché aveva in tasca il “santino” giusto o l’appoggio della corrente giusta. Se questa riforma riuscirà anche solo in parte a spezzare quella catena, avremo già fatto un passo avanti davvero importante verso una giustizia più degna di fiducia.

Sorteggio. Ma è davvero la cura agli scandali dell’Hotel Champagne?

Il sorteggio non è la bacchetta magica, ma è un correttivo potente, forse la cura migliore. Attenzione: non si tratta di estrarre a sorte passanti per strada. Si sorteggerà all’interno di elenchi fortemente qualificati: magistrati con determinati requisiti di anzianità e funzioni per i togati; professori e avvocati di lunga esperienza per i laici. Che cosa cambia? Cambia che il voto di scambio correntizio perde valore. Oggi una corrente può dire: “Sostengo la tua candidatura al CSM se tu sostieni la mia per quell’incarico direttivo”. Domani, se l’accesso passa attraverso il sorteggio da un paniere predefinito, questa logica si spezza: nessuno può “garantire” l’elezione di nessuno, perché l’ultima parola non è nei conciliaboli di corrente, ma nell’alea del sorteggio mitigata, a garanzia dei cittadini e della qualità della Giustizia, dalle caratteristiche di qualità professionale individuata per la formazione del paniere. Gli scandali dell’Hotel Champagne non sono stati un capriccio del destino: sono stati la fotografia di un sistema in cui chi controlla i pacchetti di voti interni controlla i gangli del potere giudiziario. Quegli scandali hanno solo dimostrato che il RE era nudo, ma non è che oggi si sia rivestito, si fa solo finta di non vederlo. Il sorteggio non ha un effetto moralizzante per i magistrati, ma rende irrazionale, e quindi meno praticabile, quel tipo di scambio.

Non c’è davvero un rischio di inquinamento e interferenze nell’autonomia della magistratura?

Un rischio di interferenze -in astratto- esiste sempre: oggi, lo vediamo bene, prende spesso la forma di condizionamenti interni, legati alle correnti e ai sistemi di appartenenza. Ma se si legge la riforma con un minimo di attenzione – e senza lenti partigiane – non si trova traccia di una consegna della magistratura al Governo. Il pubblico ministero resta costituzionalmente collocato nell’ordine giudiziario; il nuovo art. 104 conferma l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che comprende tanto i giudici quanto i PM, e attribuisce al pubblico ministero una tutela esplicita che finora non era scritta in Costituzione con questa nettezza. I due CSM, pur distinti, sono entrambi organi di rango costituzionale, presieduti dal Capo dello Stato, con una composizione mista di togati e laici selezionati entro panieri rigorosi. L’Alta Corte disciplinare, poi, non è un’articolazione del Ministero: è un giudice speciale, con criteri severi di accesso e un mandato autonomo. Se un domani una legge ordinaria provasse davvero a piegare il PM al Governo – ad esempio introducendo un potere di direttiva del Ministro della Giustizia sui singoli procedimenti o sulle indagini – quella legge si porrebbe immediatamente in rotta di collisione con la Costituzione riformata e verrebbe fisiologicamente sottoposta al vaglio della Corte costituzionale. In questo senso, la riforma non indebolisce ma, paradossalmente, irrobustisce la linea di difesa: separa i piani, chiarisce i ruoli e rafforza il presidio costituzionale sull’autonomia di ciascun attore del processo.

Se vincerà il Sì sarà davvero una giustizia più giusta, per usare le parole di Pannella?

Marco Pannella diceva una cosa molto semplice e molto vera: una giustizia “più giusta” è una giustizia che si mette dal punto di vista del più debole. Io credo che questa riforma vada esattamente in quella direzione. Il “potente” -per usare una retorica oggi demagogicamente sfruttata dai sostenitori del NO- ha sempre tanti scudi: può permettersi ottimi difensori, può attendere i tempi lunghi, può utilizzare i mezzi di informazione. Il cittadino fragile – il povero, lo straniero, l’imputato senza voce – ha un solo scudo: un giudice veramente terzo ed imparziale. Se accusa e giudice sono percepiti come parte della stessa “macchina”, quel cittadino si sentirà sempre in condizione di minorata difesa. Se, al contrario, vede un triangolo chiaro – PM, difesa, giudice equidistante – allora sente che il processo è anche casa sua e coltiverà la fiducia nella Giustizia. Non esistono riforme miracolose, e nessuna norma potrà mai sostituire la coscienza del singolo magistrato. Ma una buona Costituzione può aiutare le persone perbene a fare meglio il proprio lavoro e rendere più difficile agli altri abusarne. In questo senso, sì: il Sì può avvicinarci a una giustizia più giusta.

Non la disturbano i toni di questa campagna referendaria? Da tutte e due le parti non si è esagerato?

Mi disturbano, molto. Quando sento dire, da una parte, che chi vota Sì sarebbe “amico dei mafiosi”, “imputato” o semplicemente “una persona non perbene”, e dall’altra che chi vota No sarebbe “amico delle toghe rosse”, capisco che abbiamo smarrito il senso della misura. La giustizia è una cosa troppo seria per essere ridotta a tifo da stadio e a caricature morali dell’avversario. Mi ha colpito, ad esempio, la campagna di manifesti apparsa il 6 gennaio scorso nelle grandi stazioni ferroviarie italiane, promossa dal fronte del NO: messaggi costruiti per spaventare il cittadino, attribuendo alla riforma effetti che non sono scritti da nessuna parte nel testo costituzionale. È legittimo criticare la riforma, è sacrosanto argomentare contro, ma non è corretto cercare di indirizzare il voto parlando alla “pancia” delle persone, con slogan che nulla hanno a che vedere con le reali disposizioni approvate dal Parlamento. Io credo che il cittadino abbia diritto a una scelta informata, non a una campagna basata sul fomentare paure irrazionali. Detto questo, io sono convinto che si possa essere in buona fede sia nel votare Sì sia nel votare No. Ci sono magistrati, avvocati, studiosi che hanno obiezioni serie e motivate alla riforma: vanno ascoltate e, quando possibile, accolte in sede di attuazione. Allo stesso modo, chi sostiene il Sì non è un sovversivo o un “nemico della Costituzione”: è semplicemente convinto che l’attuale assetto abbia mostrato limiti strutturali e che sia doveroso intervenire. Personalmente cerco di tenere i toni bassi e gli argomenti alti. Non sempre ci si riesce, perché la passione c’è, ed è forte. Ma il giorno dopo il referendum dovremo comunque tornare tutti nelle aule di giustizia, magistrati e avvocati, a lavorare insieme. Sarebbe bello arrivarci non da nemici, ma da persone che hanno discusso anche con durezza sulle idee, senza mai mancare di rispetto all’altra parte.