Processo “Oleandro”
A Picanello “l’antico potere” della famiglia di Cosa Nostra: «Melo Salemi è un mostro»
Depositate le motivazioni della sentenza Il gup: «Il reggente del gruppo, anche dopo il suo arresto datato 2020 impartì ordini al suo uomo di fiducia tramite il fratello e la compagna»
«Melo Salemi è il boss di Picanello, nascosto! Ora comanda. È un mostro... mi sono fatto la galera con lui e con Enzo Sapia, sono due signorini». La discussione risale al 2019 in quel di Calatabiano. Francesco Mangano, detto “Ciccio du corna”, parlava a briglie sciolte del suo passato da recluso non sapendo di avere il cellulare sotto l’assiduo controllo degli investigatori del Gico del nucleo Pef della guardia di finanza. E quando ha pronunciato il nome di Melo Salemi i detective hanno drizzato le orecchie e aperto un’indagine che ha portato a far scattare il blitz “Oleandro” che ha portato a documentare gli affari imprenditoriali del capomafia. L’intercettazione “galeotta” è venuta fuori dalla lettura delle oltre 450 pagine delle motivazioni della sentenza del gup Pietro Currò che ha determinato la condanna di Salemi, che dopo l’arresto di Giovanni Comis - tornato a piede libero ma con una posizione attualmente defilata - aveva ripreso lo scettro del comando. Un ruolo che era stato già certificato dall’inchiesta “Picaneddu”. Ma i finanzieri hanno documentato il livello economico-finanziario della cellula del clan Santapaola-Ercolano di Picanello, la fortezza dell’antico potere mafioso della famiglia di Cosa nostra etnea.
Il gup ha analizzato decine e decine di conversazioni captate che sono considerate lo “specchio” della realtà criminale. E che si incastrano con le rivelazioni di Antonio D’Arrigo (ex soldato di Picanello), Silvio Corra (cognato del defunto Angelo Santapaola e già reggente dei Nizza), Carmelo Porto (capomafia dei Cintorino di Calatabiano), Salvatore Scavone (altro capo dei Nizza).
Per il gup non ci sono dubbi: «Carmelo Salemi (condannato complessivamente con altre sentenze a 27 anni) è stato il responsabile del gruppo di Picanello fino al suo arresto nel 2020, per quanto anche dopo sia riuscito a impartire al suo uomo di fiducia, Alfio Sgroi (21 anni la pena totale con altre condanne), ordini e direttive tramite il fratello e la compagna». Un’altra prova della «posizione apicale» rivestita da Salemi il gup la evince da diversi dialoghi in cui emergeva il fatto che avesse la detenzione «della carta» della squadra mafiosa, ossia «la contabilità». Un altro imputato, Antonino Alecci - condannato a 22 anni in continuazione con altre sentenze - avrebbe avuto invece la mansione di tenere i soldi frutto della bisca clandestina che «si trovava - raccontava il pentito D’Arrigo - in una villetta di via Galati a Picanello».
