Il caso a Palagonia
Un “piano diabolico” per vendicare l’omicidio: tre condanne per strage
La sentenza a Catania: sullo sfondo un giovane ammazzato e un attentato fallito
Non è un episodio di una serie crime. È pura e tragica realtà. I familiari di Francesco Ferraro hanno giurato vendetta. Il ragazzo nel 2019 è stato colpito da fendenti, bastonate e fucilate da Davide Vinci al culmine di una lite in via Fornelli a Palagonia. Il 24enne dopo un calvario di quasi due mesi è morto in ospedale a Palermo. Per il giovane Vinci l’accusa da tentato omicidio si è trasformata in omicidio: attualmente è in carcere per scontare una condanna a 16 anni e 6 mesi. Ma ai familiari di Ferraro la sentenza non è bastata. Hanno sempre cercato di farsi giustizia con le loro mani. E il piano, diabolico, lo hanno messo in azione. Ma è fallito.
Due anni fa, in via Fornelli dove abitano i familiari di Vinci, è stata parcheggiata una Renault rubata a Pozzallo, nel Ragusano. All’interno dell’abitacolo c’erano piazzate due bombole di gas aperte e una bottiglia piena di benzina. Una vera e propria bomba pronta a esplodere. Il fuoco è stato appiccato ma grazie all’intervento dei carabinieri, degli artificieri e dei vigili del fuoco il rogo è stato circoscritto e la deflagrazione fermata. Evitata. Solo per caso. O per miracolo.
I carabinieri sono riusciti a chiudere il cerchio in poche ore: Ckevin Ferraro, Federico Sipala e Giuseppe Emanuele Di Bennardo sono stati arrestati per strage. Il codice penale è chiaro: non c’è la contestazione del tentativo. Il terzetto è finito davanti alla Corte d’Assise di Catania che, al termine del dibattimento, ha emesso una sentenza di condanna. Pene pesantissime. Ferraro è stato condannato a 16 anni e sei mesi, Sipala a 10 anni e Di Bennardo a 10 anni e 2 mesi.
Riavvolgiamo il nastro. Il gip di Caltagirone che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei tre (Ferraro, difeso dall’avvocato Massimo Favara; Sipala, assistito dall’avvocato Nicolò Giglio, e Giuseppe Di Bennardo, difeso dall’avvocato Pietro Marino) ha scritto: «Ckevin Ferraro ha agito al precipuo scopo di uccidere i membri della famiglia Vinci per vendicarsi della morte del fratello». E ancora: «Un cieco e irrazionale proposito omicidiario la cui realizzazione giustifica, nella perversa psiche di Ferraro e degli altri due complici, il sacrificio di chi ha solo la colpa di essere consanguineo di Davide Vinci». A incastrare i tre imputati sono state anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza che hanno immortalato le fasi dell’attentato fallito. Ma il passo falso è stato tornare sulla scena del crimine: la targa dell’Alfa Romeo di Sipala è stata la bussola che ha condotto gli investigatori dritti alla risoluzione del caso. Quando i carabinieri sono arrivati a casa di Ferraro, quest’ultimo ha opposto resistenza e ha cercato di sfuggire alla cattura. «Vi faccio saltare la testa», avrebbe detto secondo quello che emerge dagli atti d’indagine dei carabinieri. Poi in udienza di convalida Ferraro non ha spiccicato parola, preferendo avvalersi della facoltà di non rispondere. Gli altri due complici invece hanno cercato di difendersi.
Nel processo i familiari di Vinci, vittime predestinate della strage fallita, si sono costituiti parte civile con gli avvocati Claudio Galletta e Manuela Bonanno. Questa sentenza però è sicuramente solo il primo finale. La seconda serie con l’Appello appare scontata. Bisognerà attendere il deposito delle motivazioni della Corte d’Assise di Catania.