Il caso
«Nostro figlio non può essere un morto di serie B, non archiviate il caso»
Otto anni senza risposte per l’omicidio di Salvatore Ragusa ucciso a Carlentini. L’appello disperato dei genitori: «Chi sa, parli»
Fina Savoca e Mario Ragusa, genitori di Salvatore, ucciso nel 2018 a Carlentini
Papà Mario ha gli occhi lucidi, fuma la sigaretta elettronica e le parole gli si fermano in gola. Mamma Fina racconta nervosa, arrabbiata, quasi stizzita. Ci sono modi diversi per vivere il dolore, ce n'è solo uno per “consolarsi”: avere giustizia. Giustizia per l'omicidio di Salvatore, il figlio ucciso il 25 febbraio 2018 a Carlentini da un killer rimasto sconosciuto. Da allora Salvatore è diventato un morto di serie B.
Otto anni senza una risposta. Otto anni in cui la domanda è sempre la stessa: chi lo ha ucciso e perché. I genitori oggi chiedono giustizia, ma soprattutto verità. «Vogliamo sapere almeno perché è successo tutto questo. E chi è stato», dice il padre. Salvatore Ragusa aveva 31 anni; venne ucciso, la mattina presto, sotto casa, nella zona di Carlentini Nord. Operaio, lavoratore instancabile, padre di una bambina che oggi ha quasi tredici anni, era cresciuto con l'idea che il lavoro fosse l'unica strada possibile. «Era entrato in Marina - racconta la madre - poi l'aveva lasciata quando si era fidanzato e poi sposato».
Aveva fatto il cameriere al ristorante Giardino del Sole e altri lavori in campagna. Negli ultimi mesi, prossimo alla separazione dalla moglie, Salvatore stava cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Dopo un periodo difficile, si era riavvicinato ai genitori. «Abbiamo fatto pace pochi mesi prima», ricorda papà Mario. «Era una pace vera. Io ero contentissimo». «L'ultima volta che l'abbiamo visto è stato per il compleanno di mia moglie, parlava di progetti: voleva aprire un negozio per animali, aveva già preso informazioni, fatto un corso, versato dei soldi per un affitto». «Voleva cambiare, sistemarsi», racconta la madre. «Parlavamo di questo, di come aiutarlo».
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Poi, una mattina di febbraio, gli spari. Diversi colpi esplosi nella piazza, alcuni contro l’auto, altri finiti contro i palazzi. Uno lo ha colpito al collo. «Secondo noi non è stata un’esecuzione programmata», sostiene il legale della famiglia, Rosario Privitera. «Se qualcuno avesse voluto ucciderlo a freddo, non lo avrebbe fatto lì, sotto casa, in una piazza circondata da tre palazzi con circa duecento abitazioni. È verosimile che ci sia stata una lite, una colluttazione. A un certo punto questa persona armata ha esploso più colpi». Eppure nessuno ha visto, nessuno ha sentito. O almeno, nessuno ha parlato.
«È mattina presto, c’è silenzio, i colpi si sentono», osserva l’avvocato. «È strano che nessuno abbia notato nulla. E lì abitano anche appartenenti alle forze dell’ordine». Le indagini hanno seguito diverse piste, sono state visionate immagini delle telecamere in strada, ascoltate persone informate sui fatti. «All’inizio ci sono stati degli iscritti nel registro degli indagati - afferma l’avvocato - ma gli indizi non sono stati ritenuti gravi. La Procura di Siracusa, con il dottor Pagano, ha coordinato gli accertamenti. Hanno indagato sia i carabinieri che la polizia, ma senza risultati. Oggi siamo su un binario morto e c’è il rischio di un’archiviazione».
Parole che per i genitori suonano come una condanna definitiva all’assenza di verità. «Io esco di casa a Lentini e penso che magari chi ha ammazzato mio figlio è là, che passeggia», dichiara la madre. «Mi guardo sempre intorno. Ho paura». Il padre invece scuote la testa: «Che idea mi sono fatto? Secondo me mio figlio ha sa puto o visto qualcosa che non doveva vedere e forse avrebbe voluto denunciare questo qualcosa e gli hanno chiuso la bocca. Ora io chiedo che se qualcuno sa, è il momento che parli». La loro è una richiesta semplice. Non cercano vendette mediatiche, non avanzano accuse pubbliche. Chiedono che chi quella mattina ha visto un’auto sospetta, sentito una discussione, notato un movimento anomalo, trovi il coraggio di farsi avanti. «Riaprono casi dopo trent’anni - insiste Mario Ragusa - questa inchiesta non è ancora stata chiusa. Se qualcuno ha un po’ di coscienza, si faccia avanti».
Intanto la vita è rimasta sospesa a quel 25 febbraio. Hanno organizzato il funerale, comprato la tomba, celebrato le messe di anniversario. «Il 31 marzo avrebbe compiuto 32 anni», ricorda la madre. Per i genitori non è solo una questione giudiziaria. È la possibilità di restituire un senso a una morte rimasta senza risposta. «Nessuno ce lo restituirà - è consapevole mamma Fina - ma sapere la verità ci darebbe un poco di pace».