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La storia

Nella struttura gioiello a rischio di Palazzolo Acreide: «Spero di morire prima dei miei»

Anthony e gli ospiti di "Casa Mia" rischiano di perdere il rifugio: i fondi del "Dopo di Noi" bloccati dalla burocrazia e dalle inadempienze regionali

01 Marzo 2026, 11:24

Nella struttura gioiello a rischio di Palazzolo Acreide: «Spero di morire prima dei miei»

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«Sono il portavoce degli autorappresentanti Anffas». Anthony è molto orgoglioso dell'incarico che i suoi compagni hanno scelto di dargli. A 32 anni, cieco e con problemi psicologici, ha chiara la sua missione: «Difendere i miei amici». E lui lo fa egregiamente, con un linguaggio pacato, dove ogni parola è giusta, ponderata, efficace. Come quelle, dure come la pietra, che aggiunge subito dopo: «Io spero di morire prima dei miei genitori. Se non dovesse essere così, il “Dopo di Noi” mi sembra la soluzione più giusta».

Il “Dopo di Noi” è il motivo per cui lo incontriamo. Palazzolo Acreide è uno dei pochi paesi della Sicilia dove esiste una casa famiglia nata grazie alla legge del 2016: non una comunità terapeutica, non un centro riabilitativo o ricreativo, ma semplicemente “Casa Mia”, un'abitazione dove al massimo 5 persone con disabilità - senza genitori o con genitori ormai troppo anziani - vivono in autonomia, col prezioso supporto degli operatori. Anthony non ne ha ancora bisogno: può vivere con mamma e papà e frequentare il Centro diurno per attività e laboratori. Ma ci pensa. E si preoccupa, perché questa esperienza ha ormai una data di scadenza: 15 marzo. I soldi ci sarebbero, ma non arrivano più a destinazione, fermi al ministero o inceppati alla Regione. Così, dopo avere speso oltre 40mila euro negli ultimi due anni attingendo dalle proprie risorse, Anffas si ritrova con le casse vuote e il fiato corto. «Dovrei consegnare questi ragazzi ai carabinieri», è la provocazione di Giuseppe Giardina, presidente dell'associazione nella cittadina siracusana.

I ragazzi di cui parla sono Maria Santa, Pietro e Santino. Età compresa tra 60 e 70 anni. Vivono insieme in un appartamento al primo piano di piazza Pretura, nel cuore barocco di Palazzolo Acreide. Pietro viene da Burgio, ha la sindrome di down e un fratello che vive a Milano. Morti i genitori, è passato da una comunità psichiatrica di Catania. «Ah, quindi conosci Catania! Anche io vengo da lì», accenna chi scrive nel tentativo di entrare in connessione con lui. Ma il suo sorriso si rabbuia. «Era meglio non dirglielo - interviene Giardina - quando sono andato a prenderlo per portarlo qui, siamo dovuti passare da Catania. Appena ha visto i cartelli stradali ha cominciato a urlare e si è calmato solo quando ha visto scritto Siracusa».

Pietro è una persona istruita. Ogni giorno scende al museo comunale, proprio di fronte alla casa in cui vive insieme ai suoi amici. I volontari del servizio civile ormai lo conoscono e gli danno un occhio.

Maria Santa di anni ne ha 69, con disabilità fisica e intellettiva, ed è la proprietaria di casa. L'ha messa a disposizione dell'Anffas nel 2023, con un contratto in comodato d'uso. «Abbiamo trovato la pace - racconta Laura, la nipote, l'unico affetto rimastole accanto - eravamo diventati schiavi di una badante. Fumava in casa, si limitava a farla mangiare per poi tenerla sempre davanti alla Tv. Se si sporcava, lei si arrabbiava. Mia zia era terrorizzata». Ora Maria Santa sta meglio, ha ritrovato il piacere di parlare, di cucinare, di dare una mano nei piccoli riti quotidiani. E di scrivere, pure. Quando arriviamo, ci consegna un biglietto: «Io da casa mia non esco - si legge - L'ho messa a disposizione dei miei compagni, ma lo Stato non ci garantisce nessun diritto. A chi ci dobbiamo rivolgere?».

Con Santino, il terzo inquilino di “Casa Mia”, c'è un feeling speciale, fatto di amore e furiose litigate. Lui viene dalla vicina Buccheri. «Non posso prendermi cura di lui tutto il giorno - spiega il fratello - Se chiude questo posto, dovrei lasciarlo con le badanti».

Storie da angoli diversi della Sicilia, perché nei territori di origine non trovano servizi e risposte adeguate. Ogni mese - tra lo stipendio delle operatrici e le spese - questo rifugio costa 12mila euro. Che dovrebbero essere coperti grazie al fondo della legge sul “Dopo di Noi”.

Lo manda il ministero delle Politiche sociali a due condizioni: che i disabili abbiano un progetto di vita redatto da unità formate da personale dell'Asp e dagli assistenti sociali dei Comuni; e che le spese vengano rendicontate: la casa famiglia al distretto sociosanitario, quest'ultimo alla Regione, fino al ministero.

Una trafila che in Sicilia ha portato il “Dopo di Noi” al fallimento. Così Roma, dopo avere inviato a Palermo i soldi per il 2016 e 2017, ha chiuso i rubinetti perché la Sicilia non è riuscita a spenderne almeno il 75%, condizione minima per avere le altre annualità. E i pochi distretti virtuosi, tra cui quello di Siracusa in cui Palazzolo ricade, rimangono penalizzati dalla maggioranza inadempiente, perché il flusso dei soldi si blocca per tutti.

Così, dopo avere raschiato tutto il possibile, avere contribuito con risorse dell'Anffas e chiesto ai parenti degli ospiti un ulteriore sacrificio, i soldi sono davvero finiti. «Come associazione abbiamo promosso incontri con funzionari e assistenti sociali per spiegare come si redige un progetto di vita, come si costruisce il “Dopo di Noi”. Ma non basta perché il problema è politico».