In Sicilia
"Dopo di noi", i fondi non spesi e il futuro dei disabili in fumo
La Regione deve restituire al ministero cinque milioni destinati dal progetto all’assistenza delle persone non autosufficienti. Nell’Isola solo sei distretti virtuosi, ma non avranno risorse aggiuntive
La storia del “Dopo di Noi” in Sicilia è un disastro che si fa beffe della disperazione delle famiglie dei disabili. La legge del 2016 nasce per dare risposte alla domanda che più assilla i genitori di una persona non autosufficiente: che ne sarà di lui/lei quando noi non ci saremo più? La norma mette le basi per costruire un futuro, sostenendo progetti personalizzati: realizzare piccole case famiglia anziché finire in comunità psichiatriche o residenze per anziani. Da 10 anni il ministero delle Politiche sociali stanzia ingenti risorse, ma su circa 52 milioni di euro complessivi, in Sicilia ne sono arrivati 11,2, cioè solo le prime due annualità, 2016 e 2017. Di questi la Regione - a cui fanno capo i 55 distretti sociosanitari - è stata in grado di rendicontarne circa il 35%. Risultato? Da Roma si sono chiusi i rubinetti, perché le risorse vengono destinate alle Regioni solo se queste ultime sono state in grado di spendere il 75% di quelle già in loro possesso. Dal 2018 al 2024 nelle casse del ministero si sono accumulati 41 milioni di euro. Non solo: dal 2023 una norma impone alle Regioni inadempienti di restituire tutti i soldi non spesi del “Dopo di Noi”, così i recenti tentativi di rimodulazione sottoposti dal dipartimento della Famiglia al ministero sono stati bocciati.
Anche perché la rendicontazione inviata da Palermo è stata giudicata «non corretta» a Roma, dove si ricorda come la legge stabilisca che «il completamento di spesa» debba avvenire «a favore dei beneficiari finali», cioè dei disabili e dei loro progetti di vita, non di associazioni intermediarie. Quella della Sicilia guidata da Renato Schifani viene definita al ministero «una situazione imbarazzante e unica», considerato che tutte le altre Regioni stanno andando avanti con la ricezione e la spesa delle risorse disponibili. Un problema per tutti i Comuni siciliani, anche per quei pochi che i soldi li hanno spesi. E a cui ne servirebbero altri per dare continuità ai progetti avviati. Asp e servizi sociali faticano a comunicare, le Unità di valutazione multidisciplinare non vengono convocate, spesso perché non c’è personale sufficiente. A volte per incapacità, o per scarsa sensibilità al tema. Tra 2022 e 2023 sei dei 55 distretti sociosanitari dell'isola (Mussomeli, Acireale, Mistretta, Petralia Sottana, Trapani e Mazara del Vallo) hanno rinunciato a 902mila euro. A settembre 2025 la Regione ha revocato altri 1,3 milioni a 9 distretti (Canicattì, Casteltermini, Adrano, Caltagirone, Paternò, Lipari, Barcellona, Patti e Carini). Una parte di queste risorse - 775mila euro - la Regione avrebbe voluto riassegnarle agli unici sei distretti virtuosi: San Cataldo, Termini Imerese, Ragusa, Siracusa, Pantelleria e Castelvetrano. Mentre a novembre il dipartimento alla Famiglia mette nero su bianco che 2 milioni, rimasti non spesi a distanza di dieci anni, verranno restituiti al ministero. Ma la risposta da Roma è perentoria: i soldi vanno rimandati indietro tutti. E i conti bisogna rifarli, perché non tornano.
Secondo Davide Faraone, deputato di Italia Viva, la somma da restituire ammonta a 5 milioni di euro, cioè il 45% del totale ricevuto. Gli uffici regionali si sono rimessi a lavoro per rispondere con una rendicontazione più puntuale e una nuova rimodulazione. Intanto alcune Regioni, tra cui la Sicilia, hanno chiesto al governo nazionale di cambiare le regole per non penalizzare le realtà virtuose: calcolando il 75% di spesa sui singoli distretti sociosanitari, o abbassando l'asticella complessiva al 50%.