il processo
Depistaggio Borsellino, le motivazioni: «La Barbera protesse poteri esterni a Cosa Nostra»
La Corte d’Appello di Caltanissetta svela il fine ultimo del falso pentito Scarantino: una verità "minimalista" per salvare apparati dello Stato e interessi superiori, oscurando i reali mandanti della strage
Le motivazioni della sentenza depositate oggi dalla Corte d'Appello di Caltanissetta gettano una luce sinistra su uno dei capitoli più bui della storia repubblicana: il depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Secondo i giudici, l’ex capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, non agì per semplice errore investigativo, ma guidò un'azione deliberata per proteggere interessi e centri di potere esterni a Cosa Nostra, costruendo una verità "minimalista" che evitasse di intaccare responsabilità istituzionali.
Al centro del verdetto ci sono le posizioni del funzionario Mario Bo e dei poliziotti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Per loro, nel maggio 2024, era stata dichiarata la prescrizione del reato di calunnia, dopo che i giudici avevano fatto cadere l'aggravante di aver favorito la mafia. Nelle motivazioni odierne, la Corte chiarisce che, pur essendo "incontestabile" l’adesione degli imputati alle direttive illecite di La Barbera, non vi è prova certa che volessero agevolare l'intera organizzazione mafiosa, quanto piuttosto garantire l'impunità a soggetti diversi dai clan.
Il meccanismo del depistaggio fu meticoloso: la creazione a tavolino di falsi pentiti come Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni mendaci portarono alla condanna all'ergastolo di otto innocenti, poi scagionati anni dopo grazie alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza. I giudici descrivono una "piena condivisione" tra gli imputati delle modalità illecite per indurre Scarantino a mentire, nascondendo o mistificando gli elementi che ne avrebbero rivelato l'inaffidabilità.
Un passaggio durissimo delle motivazioni riguarda il ruolo degli apparati di sicurezza. Secondo la Corte, i servizi segreti non solo assecondarono la pista deviante, ma "scomparvero dalla scena" proprio quando sarebbe stato necessario indagare oltre le dinamiche di mandamento per approfondire i reali moventi e i coinvolgimenti di alto livello nella strage. Un disimpegno che, di fatto, sbarrò la strada verso orizzonti investigativi ben diversi dai quartieri popolari di Palermo.
In sintesi, emerge il ritratto di un gruppo d'indagine che operò sotto la supervisione di vertici della Polizia e della Procura, consapevole di star istruendo un collaboratore inattendibile. L'obiettivo era cristallizzare una ricostruzione dei fatti che chiudesse il caso Borsellino senza scoperchiare il "vaso di Pandora" dei legami tra mafia e apparati dello Stato.