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Le condanne e i processi

Dal delitto Fava alle stragi del '92: il "curriculum" sanguinario del boss Nitto Santapaola

Da assoluzioni e coperture fino alle condanne all'ergastolo: la parabola criminale del boss tra omicidi eccellenti, legami con l'imprenditoria e i pentiti che ne hanno smantellato l'impero

02 Marzo 2026, 20:42

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Dal delitto Fava alle stragi del '92: il "curriculum" sanguinario del boss Nitto Santapaola

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Il nome di Benedetto "Nitto" Santapaola è indissolubilmente legato a una delle stagioni più buie della storia criminale italiana. Capomafia indiscusso di Cosa Nostra catanese, la sua figura è stata al centro di indagini, omicidi eccellenti, stragi di Stato e una lunga serie di processi che ne hanno decretato le plurime condanne all'ergastolo. Il suo percorso giudiziario è stato tuttavia lungo e travagliato, segnato da iniziali assoluzioni, coperture istituzionali e misteri.

I primi misteri e le inchieste degli anni '80

La carriera criminale di Santapaola emerge nelle cronache giudiziarie il 13 agosto 1980, a seguito dell'omicidio di Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano. Fermato casualmente a bordo di un'auto insieme ad altri esponenti mafiosi, si giustificò dichiarando alle forze dell'ordine di essere un semplice "venditore ambulante di generi ortofrutticoli" giunto nel trapanese per acquistare cocomeri. Nonostante i gravi sospetti, Santapaola sfuggì inizialmente alle accuse e venne definitivamente assolto dalla Corte d'Appello di Palermo nel 1992, con sentenza poi confermata in Cassazione. In quegli stessi anni, il boss finì sotto i riflettori anche per un'inchiesta sui casinò di Sanremo, Venezia, Campione d'Italia e Saint Vincent. Nel 1983 la Guardia di Finanza scoprì che la società Sit, tramite prestanome, tentava di monopolizzare la gestione delle case da gioco per conto del clan catanese corrompendo politici e amministratori. Il processo, apertosi solo nel 1989, si concluse per Santapaola con un'assoluzione per insufficienza di prove.

La guerra di mafia e le stragi del 1982

La svolta giudiziaria arriva con la "strage della circonvallazione" di Palermo del 16 giugno 1982, culmine di una feroce guerra scoppiata a Catania, in cui persero la vita il boss rivale Alfio Ferlito e tre carabinieri di scorta. Questo eccidio costò a Santapaola la condanna in contumacia all'ergastolo come mandante, emessa durante il celebre Maxiprocesso di Palermo nel 1987. Pochi mesi dopo, il 3 settembre 1982, l'Italia intera fu scossa dall'omicidio del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa in via Carini. Sebbene un mitomane avesse accusato Santapaola di essere un esecutore materiale costringendolo alla latitanza, il giudice Giovanni Falcone riuscì a dimostrare un suo interesse indiretto nell'attentato, legato agli stretti rapporti d'affari tra la mafia e potenti imprenditori etnei. Condannato in primo grado all'ergastolo come mandante insieme alla "Cupola", Santapaola venne successivamente assolto in tutti gli altri gradi di giudizio "per non aver commesso il fatto".

Il delitto Fava e l'intreccio mafia-imprenditoria

Uno dei capitoli più drammatici legati a Santapaola è l'assassinio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. Fava aveva osato denunciare apertamente i legami tra la mafia e i cosiddetti "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" (Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci). Nonostante i gravi depistaggi iniziali, le prove della collusione affiorarono anche grazie a fotografie che ritraevano il boss catanese in compagnia di prefetti, questori e politici locali. Solo diciannove anni dopo, a conclusione del processo "Orsa Maggiore 3", Santapaola fu condannato in via definitiva all'ergastolo come mandante.

Le stragi del 1992 e l'attacco allo Stato

L'adesione di Santapaola alla strategia stragista dei Corleonesi si concretizzò nel sangue del 1992. Il boss catanese, quale membro della "Cupola regionale", autorizzò l'impiego del suo artificiere per la strage di Capaci (23 maggio 1992), che uccise Giovanni Falcone. Per questo attentato fu condannato all'ergastolo nel 1997, pena confermata in appello nel 2000. Contemporaneamente, fu condannato alla pena del carcere a vita anche per la strage di via D'Amelio, in cui morì Paolo Borsellino (condanna del processo "Borsellino-ter", divenuta definitiva nel 2008). Sempre nell'estate del 1992, pur di assecondare Totò Riina ed estendere l'attacco allo Stato, Santapaola ordinò l'omicidio dell'ispettore capo Giovanni Lizzio, assassinato a Catania il 27 luglio. Per l'eliminazione del poliziotto, impegnato in indagini sul racket, il boss venne condannato all'ergastolo nel 1996, nel processo "Orsa Maggiore". Lizzio era il capo dell'anti-racket, cadde in un agguato mafioso: fu il primo poliziotto ucciso a Catania. Totò Riina pretese di colpire lo Stato anche nella città etnea. Braccato da Lizzio, Nitto Santapaola ne ordinò l'omicidio solo per assecondare Riina.

Il ruolo dei pentiti

A determinare la fine dell'impero di Nitto Santapaola, arrestato nel 1993, sono state in gran parte le rivelazioni dei collaboratori di giustizia. Antonino Calderone svelò a Falcone le dinamiche mafiose catanesi già nel 1987; Giuseppe Pulvirenti si arrese allo Stato nel 1994 esortando i gregari a deporre le armi; mentre Maurizio Avola ha delineato i contorni dell'omicidio Fava e i presunti intrecci tra la mafia, la massoneria e settori dell'imprenditoria e della politica nazionale. Queste sentenze restituiscono la figura di un padrino che, tra assoluzioni ambigue e brutali carneficine, ha segnato in modo indelebile l'assetto del potere criminale siciliano, finendo infine condannato a scontare il resto della vita in prigione.