il profilo
Nitto Santapaola, storia del boss alleato di Totò Riina che brindava col prefetto e il questore di Catania
Partito dal quartiere di San Cristoforo come venditore ambulante, fino al vertice di Cosa Nostra etnea a colpi di stragi e alleanze con i Corleonesi
Nitto Santapaola è diventato uomo d’onore in una cerimonia del 1962. Da biscazziere piano piano ha scalato i vertici della famiglia mafiosa catanese anche grazie alla sua capacità di stringere accordi con pezzi dello Stato. Il golpe mafioso, con cui ha defenestrato il capomafia Pippo Calderone ucciso in un agguato nel 1979, il boss lo ha fatto con l’appoggio di Toto Riina e dei Corleonesi. Il 4 giugno avrebbe compiuto 88 anni. Oggi è morto al carcere di Opera.
Nato nel 1938, Benedetto ‘Nitto’ Santapaola è l’ultimo padrino ancora vivente di una delle stagioni più feroci della Cosa nostra siciliana, quella segnata dalla scalata sanguinaria di Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ha scontato 18 ergastoli. La sua vicenda criminale è partita dal quartiere San Cristoforo, rione decaduto del centro storico cittadino.
La madre, Cosima D’Emanuele, aveva altre due sorelle. Le tre sorelle danno i natali a tre delle famiglie più temute della mafia catanese, sposando rispettivamente i papà di Nitto Santapaola, Giuseppe Ercolano e Giuseppe Ferrera. Da qui la dinastia si è allargata anche con matrimoni tra congiunti.
I fratelli di Nitto, Turi e Nino, sono deceduti. Complessivamente erano cinque fratelli e tre sorelle. Nitto fa le elementari a Le Salette, che oggi ospita un oratorio nel cuore del rione. Poi ha vissuto in via Di Giacomo, che in questi anni è stata al centro di spaccio di crack e femminicidi. Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, Santapaola a Catania è considerato un commerciante di successo. Un venditore ambulante di scarpe alla fiera, divenuto il maggior rivenditore di auto Renault della Sicilia.
Il 6 giugno 1981 si salva dall'agguato di viale delle Olimpiadi, a Cerza, a opera del rivale Alfio Ferlito e soci. Nel 1982, in via Iris 15, gli uomini di Turi Pillera, detto Cachiti, fanno esplodere tre bombe a mano in un appartamento. Pensavano ci fosse lui ma si sbagliavano. Non sono riusciti ad ammazzarlo i suoi nemici: i cursoti.
All’inaugurazione della PamCar di viale Vittorio Veneto, nell’autunno del 1981, a tagliare il nastro ci sono il prefetto di Catania Francesco Abatelli e il questore Agostino Conigliaro. Le foto di quella serata sono negli atti della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante. La latitanza di Nitto Santapaola comincia dopo la strage alla Circonvallazione di Palermo, in cui è ammazzato lo storico rivale Aldo Ferlito, e l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (delitto da cui poi sarà assolto).
Nitto viene catturato nel blitz Luna Piena. Qualche anno dopo arriverà il dolore più grande. L’affronto che nessuno si aspettava. L’1 settembre 1995, la moglie Carmela Minniti viene uccisa nella sua casa di Cerza, a San Gregorio, davanti agli occhi della figlia Cosima - che oggi ha ricevuto la telefonata da Opera - e della sorella Tommasa. L’assassino è il pentito di mafia Pippo Ferone, detto Camisedda. Una vendetta.
Sulle spalle del boss morto pesano le condanne per le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lui si è proclamato sempre innocente, rifiutando il profilo stragista. Stragista però è il movente dell’omicidio del poliziotto Gianni Lizzio, a luglio del 1992. Santapaola è stato condannato anche per essere il mandante dell’omicidio del giornalista Pippo Fava, eseguito da Maurizio Avola e dal nipote prediletto Aldo Ercolano.
E poi restano gli interrogativi della cosiddetta Strage dei picciriddi avvenuta nel 1976, quando cioè quattro ragazzini di San Cristoforo – il più grande aveva 15 anni – vengono sequestrati e uccisi solo perché avrebbero scippato la mamma di Santapaola, Cosima. Secondo il racconto di Antonino Calderone, nessuna potenza umana sarebbe riuscita a placare la sede di vendetta di Turi, Nino e Nitto.