Le analisi
Santapaola: la morte di un boss, non la fine della mafia. I magistrati: «Cosa nostra oggi preferisce i manager discreti»
Parlano Francesco Puleio e Ignazio Fonzo, due degli storici pm della Direzione distrettuale antimafia etnea, che hanno indagato per anni sul “Cacciatore”
«Di fronte alla morte, seppur si tratti di quella di un boss mafioso, non possiamo fare altro che osservare il silenzio». Lo dice a caldo Francesco Puleio, oggi procuratore della Repubblica a Ragusa, ma per anni a capo del gruppo di magistrati che in seno alla Procura distrettuale di Catania si occupava della famiglia catanese di Cosa nostra retta da Benedetto “Nitto” Santapaola.
«Con lui se ne va l’ultimo vero padrino catanese - aggiunge Puleio - una persona di alto spessore criminale, di caratura diversa rispetto ai mafiosi che sono arrivati dopo di lui e a quelli attuali. Il livello, infatti, è scaduto anche nell’ambiente malavitoso, oltre che in altri contesti».
Per il procuratore ibleo, «Santapaola aveva una grande capacità di gestione di Cosa Nostra che nessuno nel suo ambiente criminale ha più saputo riproporre nel territorio catanese dopo di lui. Ritengo per le indicazioni che erano in mio possesso fino al dicembre del 2024, quando ero ancora procuratore aggiunto a Catania, che Santapaola non avesse più alcun compito operativo diretto. Il boss era rimasto ormai solo un riferimento carismatico per la “famiglia”, ma niente più di questo. Era assai distante dalla gestione degli affari illeciti per un duplice motivo: le sue precarie condizioni di salute e il regime del 41 bis cui era sottoposto, che gli rendeva difficile, se non impossibile, comunicare con il mondo esterno».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Ignazio Fonzo, in quegli anni giovane sostituto procuratore della Repubblica e che successivamente, in seno alla Dda, coordinò il gruppo di lavoro che indagava sui Cappello e sui Laudani, questi ultimi braccio armato dei Santapaola: «La morte di un boss mafioso di alto profilo come Benedetto Santapaola - commenta - rappresenta indubbiamente un evento complesso che unisce il declino biologico del criminale con la fine di un'era strategica per l'organizzazione. Il caso più emblematico e recente è quello di Matteo Messina Denaro, morto il 25 settembre 2023, che aveva chiuso il ciclo dei latitanti stragisti di Cosa Nostra».
«Negli ultimi anni - prosegue Fonzo - la morte dei capi mafia (Riina nel 2017, Provenzano nel 2016, Cutolo nel 2021, Messina Denaro nel 2023) avviene quasi sempre in contesti simili: malattia terminale e vecchiaia. Spesso i boss muoiono per tumori o complicazioni croniche, dopo decenni di latitanza che ne hanno minato la salute. Nel caso di Santapaola la morte è avvenuta mentre era detenuto al 41-bis, lontano dal suo territorio di potere, in regime di carcere duro: è la fine di un’era».
«Ma la morte di un boss come “Nitto” - evidenzia - segna pure un punto di svolta: si chiude definitivamente il periodo delle sfide dirette allo Stato, un approccio che ha portato alla sconfitta militare di Cosa Nostra. La morte elimina la figura del boss che per decenni ha gestito il potere catanese, portando con sé segreti, verità inconfessabili e la rete di protezione che lo aveva reso inafferrabile fino al suo arresto in una Catania - quella degli anni ‘80 e ‘90- in cui si viaggiava alla media di più di 100 morti l’anno nelle guerre di mafia».
«Ma la morte del boss, badate bene - sottolinea - non significa la fine della mafia, ma una sua trasformazione: ci sarà una lotta per la successione, anche se la mafia moderna tende a preferire "manager" discreti piuttosto che capi sanguinari: si consolida il passaggio da una mafia militare a una mafia degli affari, più insidiosa, che investe capitali illeciti nell'economia legale».
«L’attenzione - conclude Fonzo - deve rimanere alta e non bisogna dimenticare quello che Santapaola ha rappresentato nel panorama criminale: guai a pensare che l’organizzazione non abbia già previsto in ogni dettaglio tutto quanto segue alla morte del capo indiscusso. per questo bisogna attivare tutti i possibili anticorpi, per evitare di farsi trovare impreparati alle nuove emergenze».