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MAFIA

Morte Santapaola, dopo l'autopsia il corpo sarà trasferito a Catania per i funerali privati nella cappella di famiglia

Al cimitero del capoluogo etneo riposa anche la moglie del boss, Carmela Minniti, uccisa nel 1995 dal pentito Pippo Ferone nella casa di Cerza, a San Gregorio

03 Marzo 2026, 09:44

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Morte Santapaola, dopo l'autopsia il corpo sarà trasferito a Catania per i funerali privati nella cappella di famiglia

Da sinistra: Rosario "Franco" Romeo, Nitto Santapaola e Salvatore Coco, sindaco di Catania dal 1978 al 1982

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Quando scomparve il capo dei capi di Cosa Nostra Toto Riina nel 2017 gli storici e gli analisti della mafia si concentrarono sul nome di Nitto Santapaola, considerandolo l’ultimo padrino assieme a Matteo Messina Denaro della stagione stragista. Ieri al centro clinico del carcere di Opera di Milano è morto all’età di 87 anni (sarebbero stati 88 il 4 giugno) Benedetto Santapaola. La telefonata alla figlia Cosima ha confermato le voci che giravano ormai da settimane. Il boss mafioso, che stava scontando 18 ergastoli, soffriva di diverse patologie che erano state aggravate dal diabete. Ma a far precipitare le sue già cagionevoli condizioni di salute pare siano state le complicazioni seguite a una brutta caduta.

Come atto dovuto, la procura di Milano ha disposto l’autopsia. Poi ci sarà il trasferimento a Catania per i funerali, che sicuramente si celebreranno in forma privata nella cappella di famiglia al cimitero di Catania. Dove è sepolta anche la moglie di Nitto, Carmela Minniti, uccisa nel 1995 dal pentito Pippo Ferone nella casa di Cerza, a San Gregorio che poi è stata confiscata e assegnata al comune etneo. Quell’omicidio è stato un vero colpo al cuore per il padrino oggi defunto. Gli fu permesso di vedere il cadavere della moglie pochi minuti in un hangar dell’aeroporto Fontanarossa.

 

Ha studiato all’oratorio di Santa Maria de Le Salette, a San Cristoforo. Il rione popolare dove è nato e cresciuto. Ancora in via Di Giacomo si ricordano del malandrino che scalava i vertici di Cosa nostra catanese. Un’ascesa criminale segnata da omicidi e diplomazia. È stato condannato per la strage della circonvallazione di Palermo in cui fu assassinato, nel 1982, il suo acerrimo nemico Alfio Ferlito. Un boss dal doppio volto. Lo hanno definito Licantropo (ma che fosse affetto da licantropia è una fake news) e anche cacciatore. Santapaola è riuscito a spodestare dal trono di padrino Giuseppe Calderone “cannarozzo d’argento” grazie all’appoggio di Totò Riina. Che però non gli perdonò mai la sua contrarietà all’attacco frontale allo Stato.

Anche se questo non è bastato al padrino di Catania a evitare le condanne per le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, i due attentati palermitani in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Santapaola ha cercato in tutti i modi di tenere lontano il tritolo dalle strade etnee, ma a un certo punto dovette pagare il suo debito di riconoscenza ai corleonesi per l’appoggio a spodestare Calderone, ucciso in un agguato nel 1978. E così ordinò l’omicidio del poliziotto Gianni Lizzio il 27 luglio 1992. Che fu il mandante di quel delitto lo ha certificato una condanna.

 

Nitto Santapaola è diventato “uomo d’onore” nel 1962. Era un biscazziere in piazza Bovio. Ma in pochi anni riuscì a farsi nominare capodecina da Pippo Calderone, che poi tradì. Nella sua corte il padrino di Catania ha portato fratelli (Turi e Nino, anche loro morti) e cugini (Pippo Ercolano e Pippo Ferrera). La dinastia della famiglia catanese di Cosa Nostra ha un Dna femminile. I tre boss erano figli delle tre sorelle D’Emanuele.

La latitanza di Nitto è cominciata dopo l’agguato in via Carini del 1982 in cui fu ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (per quel delitto il boss catanese fu assolto), il primo che accese i riflettori verso l’Etna e Catania. Un territorio dove il boss dei boss poteva sedere e brindare assieme a imprenditori, politici e prefetti. Le foto trovate a casa di Franco Romeo dopo che fu freddato in un bar di viale Vittorio Veneto mentre - da confidente - incontrava il maresciallo dei carabinieri Alfredo Agosta divennero il manifesto della zona grigia della città di Catania, dove mafiosi e pezzi delle Istituzioni banchettavano e facevano affari. Il taglio del nastro della Pam Car, la concessionaria di cui Santapaola era il titolare, con prefetti e questori entrò nei faldoni della relazione della Commissione d’Inchiesta presieduta da Luciano Violante, che ben inquadrò la capacità del padrino di stringere accordi con la parte legale, in apparenza, dell’imprenditoria catanese. E fu per fare un favore ai cavalieri che Nitto Santapaola disse di sì nel 1984 all’omicidio del coraggioso giornalista Pippo Fava, che fu trucidato dal nipote Aldo Ercolano e dal sanguinario killer (poi pentito) Maurizio Avola.

 

Per 11 anni è stato un fantasma. Ma non ha mai vissuto troppo lontano: per un periodo a Mascalucia ai piedi del vulcano, e poi nelle campagne messinesi con la copertura dei barcellonesi. In quel periodo ha provato a tenere fuori dagli affari criminali i figli maschi, il primogenito Enzo e Ciccio il minore. Ma non ci è riuscito. Francesco è a piede libero, dopo diversi guai giudiziari che si sono conclusi a suo favore. Vincenzo, invece, è in carcere per mafia e omicidio (fu il mandante dell’assassinio del cugino Angelo Santapaola nel 2007). Il 18 maggio 1993 Nitto Santapaola è stato catturato in un casolare a Granieri, una frazione di Mazzarrone. Erano le 5,45 del mattino quando scattò l’operazione Luna Piena della polizia. Santapaola era assieme alla moglie. Da quel giorno è rimasto sepolto dietro le sbarre: perché è questa la fine che fanno i mafiosi. Ed è morto da recluso al 41bis.