il caso
Cala uno scuro sipario, Agrigento "delenda" Capitale della Cultura
La Fondazione, per statuto, dovrebbe restare in piedi fino a dicembre 2028, ma si va verso una chiusura-lampo
A ricordare ad Agrigento di essere stata Capitale italiana della cultura 2025 tra figuracce, polemiche e accuse di vario tipo, oggi nella “Città dei Templi” rimangono solo un grande totem e una folklorica scritta “We love cultura” nel cuore del centro. Testimoni immobili, acciaccati dal tempo, di 365 giorni che avrebbero dovuto essere gloriosi ma che, a ben vedere, sono stati (anche) qualcos'altro.
E così la verità diventa che di quell'anno mirabilis – divenuto un pochino horribilis – nessuno in città vuole parlare. Nessuno vuol ricordare i fasti (mancati) del 2025 e lo spirito collettivo sulla vicenda è seppellirla quanto più in profondità possibile nei ricordi. Delenda Capitale della Cultura, insomma, volendo parafrasare Catone, i suoi fichi e Cartagine. E così, anche burocraticamente, sarà.
L'istituzione su cui il progetto è stato costruito e che ha gestito (e continua a farlo) tutta la parte burocratica della realizzazione degli eventi contenuti nel dossier di candidatura è la Fondazione di partecipazione Agrigento 2025, retta dall'ex prefetto Maria Teresa Cucinotta, giunta alla guida dell'ente solo il 31 gennaio dello scorso anno. Prima di lei a mesi di polemiche e pochi atti concreti, con le dimissioni praticamente imposte del precedente presidente, il professore universitario Giacomo Minio e la palla della vicenda che è transitata nelle mani del presidente della Regione Renato Schifani. Proprio il governatore su Agrigento ha fatto piovere milioni di euro, utilizzati per eventi di “rinforzo” al programma ufficiale, tra cui i concerti de Il Volo e Riccardo Muti nel cuore della Valle dei Templi, ma ha tenuto sempre la barra in mano per provare ad evitare sbandate.
La Fondazione, creata dinnanzi ad un notaio da Comune di Agrigento, Consorzio universitario e Comune di Lampedusa e Linosa, aveva una mission ma anche una durata stabilita fin dal suo atto costitutivo: il 31 dicembre 2028. L'idea era quella di far continuare le attività culturali, dare stabilità al progetto anche al di là dell'anno di Capitale cultura e mettere a disposizione una sorta di fucina anche per le realtà locali. Sempre lo statuto chiariva che «la Fondazione potrà continuare la propria attività se sussistono le condizioni economiche e finanziarie per perseguimento delle finalità previste, previa deliberazione del Consiglio Comunale di Agrigento». E invece?
La data di “scadenza” del progetto c'è già, e c'era ancor prima che l'anno della Cultura fosse terminato. Era ottobre scorso quando, nel corso di un Cda della stessa Fondazione si chiarì che, in modo inequivocabile, la “spina” andava staccata il prossimo 30 giugno 2026.
Non è chiaro quali siano state le motivazioni espresse, dato che i verbali di consiglio di amministrazione non sono stati mai pubblicati, ma è certo che i soldi per far funzionare la macchina sono sostanzialmente finiti. Oltre a quanto speso per finanziare i progetti del dossier di candidatura, non vi è in cassa perché nessuno – né privati, né altre istituzioni – ha voluto sostenere il progetto. Dal primo gennaio, quindi, è partito il semestre da dedicare alla chiusura e alla liquidazione, salvo improbabili decisioni inverse da parte dei soci che potrebbero invertire il conto alla rovescia di autodistruzione.
La preoccupazione degli organismi della Fondazione è soprattutto evitare nuove spese, scongiurare nuove polemiche e chiudere a tutti gli effetti a doppia mandata il capitolo 2025 perché rimanga sepolto nel recente passato. Tutto questo nella speranza che la Corte dei Conti, che in sezione di Controllo aveva aperto un fascicolo su Agrigento firmando due referti pesantissimi in cui emergevano «ritardi, confusione gestionale e assenza di un sistema di monitoraggio e controllo» non abbia null'altro da aggiungere sulla vicenda.
Liquidare tutto, liquidare subito. Mettere su tutta questa vicenda un grande cartello con la scritta “Chiusi” e guardare altrove così che tutto quello che è accaduto possa apparire a molti solo un brutto ricordo.
Soprattutto agli agrigentini.