MAFIA
Aldo Ercolano, l'eredità (criminale) di sangue: il nipote di Santapaola che non è al 41bis
Per la procura generale il killer di Pippo Fava non avrebbe mai tagliato i ponti con Cosa Nostra. E infatti ha impugnato la sentenza di prevenzione di primo grado
Quando Claudio Fava, qualche anno fa, era presidente della Commissione Antimafia Regionale partecipò a una riunione in Prefettura di Catania in cui fece emergere un fatto, almeno sulla carta, insolito. «Tutti i componenti della famiglia di sangue di Cosa nostra sono al 41bis, tutti tranne Aldo Ercolano». Aldo Ercolano è il killer del padre, il coraggioso giornalista Pippo, ammazzato nel 1984. Un omicidio che è valso l'ergastolo come mandante a Nitto Santapaola, che ieri è morto da recluso al carcere duro. Dopo quelle parole qualcosa si mosse, arrivò il decreto dell'allora ministro della Giustizia. Ma poi ci fu la revoca. L'ennesima. Quella fotografia rimane la stessa. Anzi quasi la stessa. Aldo Ercolano è in alta sicurezza, lo zio è defunto.
Aldo Ercolano non è un boss come gli altri. Figlio di Pippo e Grazia Santapaola. Il matrimonio di due cugini serve a rafforzare il potere della famiglia mafiosa. Il nipote prediletto del padrino Nitto Santapaola non è stato catturato a Catania. Ma a Desenzano del Garda, nel bresciano. Questo già fa comprendere che poteva contare su relazioni importanti con il Nord Italia. Anche se la sua presenza in quella località può essere collegata alla richiesta di pizzo alla Alfa Acciai che pagò ciò che gli imprenditori Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta delle Acciaierie Megara avevano invece rifiutato. Un rifiuto pagato con la vita. Aldo Ercolano sta affrontando l'udienza preliminare per il duplice omicidio commesso nel 1990. Per la procura generale fu lui il mandante.
Il Pg di Catania inoltre ha impugnato il rigetto della misura di prevenzione personale a carico di Aldo Ercolano. Non ritiene assolutamente che il boss abbia reciso il cordone ombelicale con la famiglia di sangue. Ercolano è sposato con Francesca Mangion, figlia del defunto Francesco (uno degli uomini fidati dei Santapaola-Ercolano). Un altro matrimonio per rafforzare il potere. Nel 2021 negli uffici di piazza Verga è arrivata una nota della direzione del carcere di Sassari: un plico con il nome di Aldo Ercolano. In pieno Covid al boss catanese è arrivata una lettera del lentinese Raffaele Randone, condannato in modo definitivo assieme ad Alfio Sambasile per l'omicidio di Sebastiano Garrasi, avvenuto il 30 aprile 2002 nelle campagne di Carlentini nell'ambito di un regolamento di conti all'interno del clan Nardo.
Un “nuovo atto” che è finito anche nel nuovo processo di misura di prevenzione figlio di un doppio ricorso firmato da Nicolò Marino e Sebastiano Ardita (per la procura). Inoltre i magistrati hanno posto all'attenzione della Corte d'Appello le conversazioni tra l'uomo d'onore Giuseppe Cesarotti con il cognato di Ercolano, Giuseppe Mangion, detto Enzo che rappresenterebbero, secondo i pm, la «plastica dimostrazione di come» Ercolano «non abbia mai dato segnali di alcun genere che provassero la formale interruzione dei rapporti con l'ambiente mafioso del quale egli rappresenta il vertice». Per la procura la detenzione non ha inciso sul fatto che il boss «costituisca un vero collante rispetto alla concreta operatività dell'associazione che porta il suo nome». Per la procura generale «non v'è dubbio» che Aldo Ercolano «è stato e sia» un «punto di riferimento di quell'ala oltranzista e sanguinaria» di Cosa nostra. E oggi con la morte dello zio Nitto l'eredità (anche se solo sulla carta) è più sua che del cugino Enzo, recluso al 41bis e con diversi problemi di salute. Le inchieste dimostrano che il carcere, a volte, non è capace di zittire la voce dei boss.
La morte di Nitto Santapaola





