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IL RACCONTO

Il nipote dell'ispettore Lizzio: «Santapaola fece uccidere mio nonno, io ho trasformato la rabbia in impegno civile per i giovani»

Antonio Guglielmino il 27 luglio 1992 non era neanche nato. «Catania l'hanno cambiata le nuove generazioni»

04 Marzo 2026, 00:02

Il nipote dell'ispettore Lizzio: «L’omicidio di mio nonno ha trasformato la rabbia in impegno civile per i giovani»

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«Ogni volta che si parla di nonno lo stomaco mi si attorciglia un po’ perché penso a quello che sarebbe potuta essere la mia vita con lui, se non fosse che Nitto Santapaola ha deciso che doveva morire». Antonio Guglielmino, 22 anni, è il nipote di Giovanni Lizzio, l’ispettore capo ucciso a Catania. Il 27 luglio 1992 non era neanche nato e della morte del nonno ha saputo per caso. «Non è stata la classica narrazione di famiglia - dice Antonio a La Sicilia - l’ho scoperto tramite una lezione a scuola. Mi avevano sempre fatto credere che fosse partito per un lungo viaggio. Sono andato in camera, ho acceso il pc, ho digitato Giovanni Lizzio e la crudeltà di quei pochi articoli mi ha svelato la verità. Oggi grazie anche a un lavoro di ricerca e memoria si sa molto di più. È stato a quel punto che tramite i racconti di casa e le ricostruzione a quelle del procuratore Sebastiano Ardita nel libro “Catania bene” io sono riuscito a capire chi era mio nonno e che quelle maldicenze che nel tempo erano state dette sul suo conto, non erano vere. Da lì ho acceso il motore della memoria

Santapaola è morto. Quali ricordi e emozioni sono riemersi in lei pensando a quel nonno che non ha mai conosciuto?

«Le emozioni sono tante, ma non provo più rabbia. Grazie anche a “Libera” ho imparato che il dolore può essere trasformato in impegno. Più che la morte di Santapaola ricordiamo chi è caduto per mano sua: mio nonno, Pippo Fava, le vittime della Strage di Capaci o della Strage della Circonvallazione di Palermo».


Che cosa ha significato per la vostra famiglia convivere per tanti anni con il peso di quella perdita e con la lunga stagione di violenza mafiosa che ha segnato Catania?

Il cognome di nonno è importante, ma ingombrante. Nel senso che è una responsabilità nell’essere sempre persone corrette e nel dare un senso a quello che è stata la vita di quel poliziotto, prima e dopo, soprattutto. A casa è una ferita aperta, che non si è mai rimarginata, ma che con il tempo si è attutita. Sono passati 34 anni ed è stato il tempo a lenire anche quelle sensazioni di una vita non vissuta. Lui manca e io lo vivo nei racconti della mia famiglia.

Oggi, alla luce di questo momento storico, quale messaggio sente di voler rivolgere ai giovani e alle istituzioni sulla memoria e sull’importanza della lotta alla mafia?

«Ai giovani come me dico di continuare a fare memoria. E fare memoria sta anche nel compiere azioni quotidiane semplici: essere brave persone, rispettare le regole. Alle istituzioni, invece, chiedo una un attimo di lucidità: mai dimenticare chi di Catania ha fatto la storia. Storie come queste non possono passare in sordina»

Pensa che Catania sia cambiata, come vive questa città?

«Sì che è cambiata e a farlo sono state le nuove generazioni. Si parla spesso del torpore che caratterizza i giovani, li si accusa di essere spenti. Quando invece sono le generazioni di oggi a ribellarsi. Lo si vede nei cortei a cui tanti giovani partecipano perché vogliono sentire parlare delle vittime di mafia. Quando nonno è stato ucciso o comunque in quegli anni, c'era sicuramente un clima più teso, ma non c'erano coscienze a ribellarsi. Oggi sì».