IL RACCONTO
Il nipote dell'ispettore Lizzio: «Santapaola fece uccidere mio nonno, io ho trasformato la rabbia in impegno civile per i giovani»
Antonio Guglielmino il 27 luglio 1992 non era neanche nato. «Catania l'hanno cambiata le nuove generazioni»
«Ogni volta che si parla di nonno lo stomaco mi si attorciglia un po’ perché penso a quello che sarebbe potuta essere la mia vita con lui, se non fosse che Nitto Santapaola ha deciso che doveva morire». Antonio Guglielmino, 22 anni, è il nipote di Giovanni Lizzio, l’ispettore capo ucciso a Catania. Il 27 luglio 1992 non era neanche nato e della morte del nonno ha saputo per caso. «Non è stata la classica narrazione di famiglia - dice Antonio a La Sicilia - l’ho scoperto tramite una lezione a scuola. Mi avevano sempre fatto credere che fosse partito per un lungo viaggio. Sono andato in camera, ho acceso il pc, ho digitato Giovanni Lizzio e la crudeltà di quei pochi articoli mi ha svelato la verità. Oggi grazie anche a un lavoro di ricerca e memoria si sa molto di più. È stato a quel punto che tramite i racconti di casa e le ricostruzione a quelle del procuratore Sebastiano Ardita nel libro “Catania bene” io sono riuscito a capire chi era mio nonno e che quelle maldicenze che nel tempo erano state dette sul suo conto, non erano vere. Da lì ho acceso il motore della memoria.»
Santapaola è morto. Quali ricordi e emozioni sono riemersi in lei pensando a quel nonno che non ha mai conosciuto?
«Le emozioni sono tante, ma non provo più rabbia. Grazie anche a “Libera” ho imparato che il dolore può essere trasformato in impegno. Più che la morte di Santapaola ricordiamo chi è caduto per mano sua: mio nonno, Pippo Fava, le vittime della Strage di Capaci o della Strage della Circonvallazione di Palermo».
Che cosa ha significato per la vostra famiglia convivere per tanti anni con il peso di quella perdita e con la lunga stagione di violenza mafiosa che ha segnato Catania?
Il cognome di nonno è importante, ma ingombrante. Nel senso che è una responsabilità nell’essere sempre persone corrette e nel dare un senso a quello che è stata la vita di quel poliziotto, prima e dopo, soprattutto. A casa è una ferita aperta, che non si è mai rimarginata, ma che con il tempo si è attutita. Sono passati 34 anni ed è stato il tempo a lenire anche quelle sensazioni di una vita non vissuta. Lui manca e io lo vivo nei racconti della mia famiglia.
Oggi, alla luce di questo momento storico, quale messaggio sente di voler rivolgere ai giovani e alle istituzioni sulla memoria e sull’importanza della lotta alla mafia?
«Ai giovani come me dico di continuare a fare memoria. E fare memoria sta anche nel compiere azioni quotidiane semplici: essere brave persone, rispettare le regole. Alle istituzioni, invece, chiedo una un attimo di lucidità: mai dimenticare chi di Catania ha fatto la storia. Storie come queste non possono passare in sordina»
Pensa che Catania sia cambiata, come vive questa città?
«Sì che è cambiata e a farlo sono state le nuove generazioni. Si parla spesso del torpore che caratterizza i giovani, li si accusa di essere spenti. Quando invece sono le generazioni di oggi a ribellarsi. Lo si vede nei cortei a cui tanti giovani partecipano perché vogliono sentire parlare delle vittime di mafia. Quando nonno è stato ucciso o comunque in quegli anni, c'era sicuramente un clima più teso, ma non c'erano coscienze a ribellarsi. Oggi sì».