4 marzo 2026 - Aggiornato alle 07:08
×

l'analisi

Santapaola e quelle «buone relazioni con i potenti nonostante il 41 bis»

Il procuratore Ardita: «Strategia di basso profilo con le istituzioni e grande capacità di blandire e infiltrare gli organi del contrasto alla mafia»

04 Marzo 2026, 06:00

Santapaola e quelle «buone relazioni con i potenti nonostante il 41 bis»

Seguici su

Non è morto un criminale qualunque. È morto Benedetto “Nitto” Santapaola, indiscusso capomafia catanese, ultimo “padrino” di Cosa Nostra. Per questo i fari della cronaca non possono spegnersi il giorno dopo la dipartita, ma devono essere ancora puntati su un fenomeno, quello mafioso, che col boss al comando ebbe una svolta. Ne abbiamo parlato con il dott. Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania, già direttore del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, già membro del Csm, consulente della Commissione parlamentare antimafia nella XIII Legislatura e anche apprezzato scrittore.

Avendo vissuto in prima linea la lotta a Cosa Nostra, che ricordo ha, da giovanissimo pm, degli anni in cui Santapaola ne era capo indiscusso?

«Il ricordo è quello di un capomafia che per anni è stato imprendibile, capace di controllare in modo assoluto non solo la città di Catania, ma un territorio enorme dell’Isola, fino a ricomprendere tutta la provincia di Siracusa. Una figura controversa, nella quale opportunismo, strategia e ambizione si fondevano con una spietata capacità di imporre la propria legge criminale. Un personaggio sul quale non si è mai ragionato abbastanza o forse non lo si è voluto fare, perché ha rappresentato - nella dimensione mafiosa - la proiezione di un modo di essere e di pensare radicato in parte del territorio catanese».

Che mafia è stata quella di Santapaola e come si è evoluta?

«È stata una mafia che ha schiacciato i più deboli, usando la forza di chi era alleato di Santapaola nei momenti più difficili. Diciamo che quella mafia non si è evoluta, ma è stata sempre se stessa nella sua unicità, e ha fatto evolvere le altre mafie che hanno guardato ad essa come ad un fenomeno quasi invincibile.

Lui è stato uno degli ultimi padrini. Ha avuto eredi all'altezza? C’è oggi un boss di quella caratura?

«Per Nitto Santapaola il rapporto con il mondo che conta dell’economia, della politica, delle forze dell’ordine, dei magistrati rappresentava non soltanto una strategia, ma la conseguenza di una vera e propria attrazione rispetto alle figure pubbliche. Era espressione di un bisogno di dialogo che nasceva dalla volontà di controllare tutto e di controllarlo da tutti i punti di vista. Così si spiega il fatto che si sia fatto fotografare abbracciato con un componente della Commissione regionale antimafia, l’on. Lo Turco; oppure al matrimonio di uno dei discendenti della famiglia Costanzo accanto al presidente della Provincia di Catania, al sindaco e al medico del carcere. Una vera e propria debolezza nei confronti di chi esercitava il potere, per poter partecipare a quell’esercizio. Ma al tempo stesso tutto ciò ha rappresentato purtroppo la prova di una enorme affidabilità, se è vero che è morto dopo 33 anni di detenzione portandosi nella tomba i segreti di tutte quelle relazioni. E senza che nessuno che porti il cognome Santapaola-Ercolano-Ferrera abbia mai collaborato con la Giustizia».

Con chi faceva accordi e affari Santapaola?

«Faceva accordi con tutti coloro i quali potevano essere utili al suo progetto di controllo totale del territorio. Teneva rapporti consolidati, sicuri, blindati dalla massima segretezza. Non ha mai tradito nessuno dei traditori dello Stato che avevano rapporti con lui; mai “mollato” delle sue risorse illegali. Nel 1985 a Catania avvenne un blitz, nel quale furono arrestati in una stessa giornata tre magistrati, il comandante dei carabinieri, il direttore del carcere, il comandante degli agenti di custodia. Molti ipotizzavano che fosse stato compromesso un pezzo importante della sua rete, ma in realtà la fonte delle accuse era Salvatore Parisi, un killer divenuto collaboratore di Giustizia che apparteneva a un gruppo contrapposto al suo, quello dei Cursoti».

C’erano dei codici da rispettare (quali?). Oggi esiste ancora una “morale mafiosa”?

«Il codice mafioso non è una legge morale, ma un modo di adattare i propri interessi a falsi principi generali. Tutto vale finché è coerente con gli interessi dei mafiosi, dopodiché si può fare l’opposto. L’unico codice di Santapaola era quello di garantire un assetto affidabile e completo di relazioni che consentisse di governare la città da tutti i punti di vista.

Detestava che sul suo territorio venissero toccate toghe e divise. Montò su tutte le furie quando vennero uccisi tre carabinieri al casello di San Gregorio. Ma non ci pensò due volte a chiedere ai corleonesi di ammazzare sulla circonvallazione di Palermo tre carabinieri insieme al suo acerrimo nemico Alfio Ferlito».

Su cosa puntava la mafia di Santapaola per riempire le casse? E cosa è cambiato?

«Cosa Nostra catanese iniziò col contrabbando delle sigarette. Poi dopo, come tutte le altre organizzazioni, si spostò sul traffico delle armi e della droga, fingendo di contrastare il fenomeno dello spaccio. Ma la vera filosofia di Santapaola è quella di entrare nel controllo economico della città. Lui era un commerciante, si vantava di essere tale. Oggi tutta la mafia ionica punta ad avere il controllo delle iniziative economiche».

Il 41 bis gli ha consentito di dare ordini o lo ha tagliato fuori del tutto?

«Il 41 bis gli ha impedito di impartire ordini che servissero a decidere su quale affare puntare, quale nemico eliminare. Ma il suo messaggio di fondo - quello di costruire relazioni importanti coi potenti della città, di tenere basso il profilo con le istituzioni, di blandire e infiltrare gli organi del contrasto alla mafia - è passato forte e chiaro e non ha avuto necessità di aggirare il 41 bis. Era uno stile di vita, un modo di operare le scelte criminali scritto su assi cartesiane. Su modelli chiari e univoci, che nel passato hanno reso imprendibile la Cosa Nostra catanese ed ancora oggi garantiscono al suo nome di essere un sinonimo di quello della famiglia mafiosa».

Procuratore Ardita, come viene visto Nitto Santapaola dai giovani dei quartieri a rischio?

«Dovremo lavorare molto per spiegare ai giovani a rischio che devono prendere le distanze da quello che lui ha rappresentato. Altrimenti tutto quello che abbiamo fatto per contrastarlo andrà in fumo. E il mito di quando era latitante - che abbiamo combattuto con l’arresto, con i processi e con la letteratura antimafiosa - rischierà di tornare a splendere nel vuoto dei quartieri a rischio dove lo Stato è assente».