4 marzo 2026 - Aggiornato alle 21:37
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COGNE

«Pago l'affitto o pubblico i video»: 7 anni e mezzo per l'inquilino di Caltanissetta che ricattava e abusava del proprietario

Un processo nato da una denuncia tardiva ma lucida, filmati che pesano come macigni e un’aula del Tribunale di Aosta divisa tra il racconto della vittima e la tesi del consenso: cosa dicono le carte e cosa succederà adesso

04 Marzo 2026, 16:20

Cogne, condanna a 7 anni e 6 mesi: il caso del pensionato e dell’inquilino nisseno che riapre il dibattito sulla “violenza senza stereotipi”

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Una porta che sbatte nel silenzio, il corridoio del Palazzo di giustizia di Aosta che si svuota piano, e una frase che resta sospesa: “Non ce la faccio più”. Sarebbe cominciato così, nella confessione di un 65enne di Cogne alla moglie – tra le mura di casa, nel pieno dell’inverno del 2024 – il percorso che martedì oggi ha portato i giudici a emettere una condanna: 7 anni e 6 mesi per un 58enne originario di Caltanissetta, ritenuto colpevole di aver abusato del proprietario dell’alloggio che lui e la moglie avevano in affitto. Una vicenda che scardina luoghi comuni, perché la “persona offesa” è un uomo, e perché gli episodi – secondo l’accusa – sarebbero stati filmati con telecamere installate dallo stesso imputato.

La sentenza e i punti fermi emersi in aula

La decisione è stata pronunciata oggi dal collegio del Tribunale di Aosta: riconosciuta la responsabilità dell’imputato per violenza sessuale ai danni del padrone di casa. Pena: 7 anni e 6 mesi. Alla parte civile è stata accordata una provvisionale di 30.000 euro

La Procura aveva chiesto una condanna più severa: 11 anni. La difesa – rappresentata dall’avvocato Massimiliano Bellini – aveva domandato l’assoluzione, insistendo sulla tesi del consenso e sul profilo psichiatrico dell’imputato.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri e della Procura di Aosta, le condotte contestate si collocano tra l’estate del 2023 e il febbraio del 2024, periodo in cui la vittima – un 65enne – sarebbe stata costretta “in almeno una decina di episodi” a subire atti sessuali, con una pressione psicologica crescente e la minaccia di diffondere le immagini. La denuncia è stata formalizzata nel febbraio 2024.

La ricostruzione dei fatti: dall’ingresso nell’alloggio alle minacce

La coppia – lui nisseno di 58/59 anni, lei coetanea – prende in locazione, nel giugno 2023, un appartamento di proprietà del pensionato a Cogne. I rapporti, inizialmente cordiali, degenerano: secondo l’accusa, si passa a una dinamica di coercizione che intreccia ricatto economico (“l’affitto”) e controllo tramite videoregistrazioni. La pressione psicologica culmina, a inizio 2024, nel crollo emotivo della vittima, che racconta tutto alla moglie e poi ai carabinieri.

Un elemento chiave del processo sono proprio i filmati: riprese effettuate da telecamere montate nell’alloggio dall’imputato, che la pubblica accusa ha valorizzato come riscontri oggettivi. È un passaggio che, nelle motivazioni della richiesta di pena, ha pesato molto, insieme alla reiterazione dei comportamenti.

Le prove in aula: i video, l’“incidente probatorio” e la parola della vittima

La persona offesa è stata ascoltata in incidente probatorio, con le necessarie garanzie di legge. In dibattimento, su richiesta della difesa, i giudici hanno deciso di non risentirla, ritenendo l’esame già completo rispetto ai temi del giudizio: scelta in linea con la tutela della vittima e con l’economia processuale.

Nel corso del procedimento il collegio ha disposto approfondimenti sullo stato di salute dell’imputato, acquisendo – su richiesta difensiva – anche la cartella clinica del centro di salute mentale di Caltanissetta per ulteriori valutazioni; ciò non ha comunque impedito la celebrazione del processo, poiché la perizia ha confermato la capacità dell’imputato di stare in giudizio.

In aula, l’imputato ha ribadito la tesi dei rapporti consenzienti e ha chiesto di produrre file audio e video in proprio favore. Ma l’asse probatorio costruito dall’accusa ha fatto perno su una diversa lettura delle stesse immagini, in cui la sproporzione di forza psicologica e il contesto – la minaccia della diffusione dei filmati e il legame abitativo-economico – avrebbero integrato la costrizione.

La linea della difesa: consenso e fragilità psichiatrica

L’avvocato Massimiliano Bellini ha insistito, anche nella discussione finale, su due cardini: la tesi del consenso della persona offesa; il profilo di una sofferenza psichica dell’imputato tale, a dire della difesa, da incidere sulla sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, o comunque da imporre al collegio un “dubbio ragionevole” in grado di orientare verso l’assoluzione.

Nell’arringa anche un passaggio particolarmente acceso: per la difesa l’uomo sarebbe “malato”, e dunque la richiesta di condanna a 11 anni formulata dalla Procura sarebbe sproporzionata. Il collegio, tuttavia, ha deciso per la condanna a 7 anni e 6 mesi.

Il ruolo delle minacce: ricatto economico e paura sociale

Un tassello rilevante – già emerso nella fase delle indagini – è il tema del ricatto. Secondo una ricostruzione giornalistica che cita gli atti, la coppia avrebbe esercitato una pressione costante: dalla minaccia di “non pagare l’affitto” al prospetto della diffusione delle riprese, in un contesto di forte asimmetria. È un elemento che contribuisce a spiegare due aspetti spesso fraintesi dai non addetti ai lavori: perché la denuncia sia arrivata “solo” nel febbraio 2024perché la vittima abbia faticato a sottrarsi prima alla spirale delle violenze.

In letteratura giudiziaria e criminologica, simili dinamiche – ricatto, paura dello stigma, timore di perdere la casa – sono frequenti nei contesti di violenza sessuale in ambito abitativo o lavorativo, e pesano sulla tempistica delle denunce. Nel caso di Cogne, la “molla” è scattata quando la vittima ha confidato alla moglie il proprio disagio, trovando immediatamente il supporto necessario per rivolgersi alle forze dell’ordine.

Un processo segnato da un evento tragico: il suicidio della moglie dell’imputato

La vicenda giudiziaria è stata attraversata da un fatto drammatico: la moglie dell’imputato – inizialmente indagata per gli stessi reati – è morta per suicidio nel maggio 2024 nel carcere di Torino, poche settimane dopo l’arresto della coppia indagata a marzo 2024. Un epilogo tragico che ha inciso sul contesto umano della vicenda ma non sull’impianto probatorio, rimasto centrato sulle condotte del 58enne.

Cosa cambia con questa condanna: il valore dei filmati e il profilo della vittima maschile

La sentenza di Aosta fa emergere due aspetti destinati a fare scuola: il peso dei filmati quando non documentano un gioco di ruoli, ma un rapporto di forza che si traduce in coercizionela centralità della vittima maschile in procedimenti per violenza sessuale: un profilo ancora sottorappresentato e spesso sottovalutato nel discorso pubblico, dove persistono stereotipi che possono ostacolare la denuncia e condizionare la percezione di credibilità. Nel fascicolo, la testimonianza del 65enne è stata ritenuta coerente con i riscontri, a partire dai video.

In attesa delle motivazioni – che chiariranno, punto per punto, il ragionamento seguito dal collegio – resta un verdetto che dà forma giudiziaria a un racconto privato e doloroso. Per il 65enne di Cogne, la giustizia ha pronunciato un primo “sì, ti credo”: un’affermazione che pesa, oggi, quanto un intero fascicolo.