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è succeso di nuovo

«Posteggiate i parenti?»: il gelo al Pronto Soccorso davanti a un malato oncologico

La storia di Nicola, 85 anni, è solo l’ultima di una serie di segnalazioni sulla gestione dei pazienti fragili. La denuncia del figlio

04 Marzo 2026, 18:47

«Posteggiate i parenti?»: il gelo al Pronto Soccorso davanti a un malato oncologico

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«Venite qui a posteggiare i vostri parenti?». Nicola (nome di fantasia), che era un omone e adesso è ossa scricchiolanti su una sedia a rotelle, 85 anni, malato oncologico, qualche giorno fa ha stretto la mano al figlio Marco che lo aveva accompagnato al Pronto Soccorso dell’Umberto I, per dirgli che non serviva farsi umiliare ancora, che andava bene così, che le cose importanti sono altre nella vita.

E invece per Marco le parole sprezzanti del medico di turno erano state davvero troppo, di fronte al fatto che la vita ha valore e suo padre merita rispetto e non la maleducazione di un professionista. Dopo 3 giorni senza mangiare, stremato dalla terapia oncologica, Nicola si è recato col figlio al pronto soccorso per la seconda volta, per nuove trasfusioni: il suo corpo non regge più, l’ultima volta è caduto per terra uscendo dal bagno, terrorizzando i suoi familiari.

«Quindici giorni prima con una trasfusione al P.S. papà si era un po’ ripreso, e così siamo tornati. Si è registrato, ed abbiamo atteso. Il protocollo di emoglobina dell’ospedale, per una trasfusione, è 8, mentre mio padre aveva 8,1, e così abbiamo aspettato dalle 9.30 alle 12 perché qualcuno si occupasse di lui. Quando mi hanno chiamato, un medico mi ha chiesto “Cos’ha suo padre?” Gli ho risposto che eravamo li perché mio padre, a causa del suo quadro clinico non mangiava da 3 giorni, perdeva le forze, vomitava. Quello mi ha ribattuto scortesemente: “E voi lo posteggiate qui perché non mangia? Forse non gli piace cosa cucina sua moglie. Vuole che telefoni io a sua madre per suggerirle delle ricette appetibili?Sono rimasto basito

La risposta al medico è stata che su cosa abbia suo padre avrebbe dovuto saperlo lo stesso professionista dalle cartelle cliniche e dalla documentazione. «Nel frattempo mio padre resta semisvenuto sul lettino, e con le poche forze che ha mi stringe la mano, spaventato e mortificato dalle parole del medico».

Il medico a quel punto sarebbe «sparito, forse si è era reso conto di avere trasceso ed esagerato, e al suo posto ci ha tranquillizzati un infermiere gentilissimo, che ha provato a confortarci. A quel punto l’emoglobina era intanto scesa a 7.5, per cui un secondo medico, gentile, ci ha detto che sarebbe stata possibile la trasfusione. Cosa che è stata effettuata alle 18.30, perché nel frattempo era arrivato un codice rosso

Nicola sta ancora male, alla moglie del trattamento ricevuto non l’ha raccontato per pudore e mortificazione. Marco sa che dovranno fare nuove trasfusioni a suo padre, e spera che l’accoglienza sarà diversa. «Il Pronto Soccorso dovrebbe essere un luogo di accoglienza. E’ stata una bruttissima disavventura».