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Le ragioni del Sì

Referendum, Montalbano: «L'indipendenza del magistrato non dipenda dall'appartenenza allo stesso Csm»

L'intervista all'avvocato Marcello Montalbano

05 Marzo 2026, 00:29

Referendum, Montalbano: «L'indipendenza del magistrato non dipenda dall'appartenenza allo stesso Csm»

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Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai "tecnici" sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo.

«Le critiche sul rischio di un pm sottomesso all'Esecutivo non trovano riscontro nel testo normativo, che non prevede alcun legame gerarchico con il Ministro della Giustizia», così l'avvocato del foro di Palermo Marcello Montalbano sull'appuntamento referendario. Per il penalista «queste modifiche sono necessarie per dare piena attuazione al processo accusatorio e al principio della terzietà del giudice».  

Perché votare Sì al Referendum?

Voto sì non per un'adesione di bandiera, ma perché ritengo che le norme che potranno essere introdotte con la riforma siano uno sviluppo coerente del modello accusatorio introdotto nel nostro sistema processuale nel lontano 1989. La riforma agisce secondo tre direttrici: la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti, lo sdoppiamento dell’organo di autogoverno, il Consiglio superiore della Magistratura, e l'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare. Da avvocato penalista, ritengo che queste modifiche siano necessarie per dare piena attuazione al processo accusatorio e al principio della terzietà del giudice previsto dall’art. art. 111 della nostra Carta costituzionale, rendendo il processo un luogo di reale parità tra accusa e difesa.

La riforma mina la democrazia del Paese?

Ritengo, al contrario, che la riforma possa rafforzare la parità tra accusa e difesa nel processo. Il testo normativo ribadisce espressamente che la magistratura (giudici e pubblici ministeri) resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104 Cost.). Le critiche sul rischio di un PM sottomesso all'Esecutivo non trovano riscontro nel testo normativo, che non prevede alcun legame gerarchico con il Ministro della Giustizia. La democrazia trae beneficio da istituzioni i cui ruoli sono chiaramente distinti e i cui meccanismi di autogoverno sono trasparenti. Dal punto di vista costituzionale, la democrazia non è compromessa da una diversa organizzazione interna della magistratura purché restino fermi i principi fondamentali dell’indipendenza della magistratura da ogni altro potere, dell’obbligatorietà dell’azione penale e della soggezione del giudice soltanto alla legge.

Fino a oggi che sistema abbiamo avuto?

Ad oggi, il nostro ordinamento prevede che giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, accedono tramite il medesimo concorso e possono, entro certi limiti (per il vero drasticamente ridotti nel tempo, oggi tra lo 0,2% e lo 0,8%), passare da una funzione all’altra. Il modello è coerente con l’impianto originario della Costituzione del 1948, che ha concepito il pubblico ministero come parte dell’ordine giudiziario, non come organo dell’esecutivo. La separazione delle carriere non equivale a subordinare il PM al Governo. Significa piuttosto creare: due distinti percorsi ordinamentali, due distinti organi di autogoverno e una più marcata distinzione identitaria tra chi accusa e chi giudica. Teoricamente questo dovrebbe rafforzare la simmetria tra accusa e difesa nel processo accusatorio introdotto nel 1988. Sul piano pratico, il dibattito riguarda se la terzietà del giudice sia solo sostanziale (come oggi) o anche strutturalmente percepibile.

Il rischio di squilibrio paventato dall'Anm è fondato?

È una preoccupazione che merita ascolto, ma che va analizzata tecnicamente. Il timore paventato dall'Anm riguarda l'isolamento del PM e la perdita della cultura della giurisdizione del pubblico ministero. Tuttavia, ritengo che l'indipendenza del magistrato non dipenda dall'appartenenza allo stesso CSM del giudice, ma dalle garanzie costituzionali che – come emerge dalla lettura delle norme che si vogliono introdurre – restano intatte. Lo squilibrio si corregge garantendo che il PM agisca sempre sotto la vigilanza della legge, non impedendo la distinzione dei ruoli.

Il sorteggio è il "vaccino" alle correnti?

Il sorteggio per la scelta dei membri del CSM è sicuramente una misura drastica, quasi, come è stato da altri detto, un 'trattamento d'urto' per contrastare le degenerazioni del correntismo che hanno messo in discussione la credibilità della magistratura negli ultimi anni. Non è un metodo perfetto ma è una delle soluzioni possibili per cercare di recidere il legame di dipendenza tra l'eletto e chi lo ha sostenuto, restituendo dignità all'autonomia del singolo magistrato. Non è però un “vaccino” in senso assoluto. Il sorteggio può essere uno strumento di mitigazione, ma non sostituisce criteri rigorosi di valutazione professionale e trasparenza nelle nomine.

Una campagna ricca di veleni: che ne pensa?

Purtroppo, si tende a trasformare un dibattito tecnico-costituzionale in uno scontro politico. Quando il dibattito si polarizza sull’appartenenza politica, si rischia di oscurare il contenuto delle norme che si vogliono introdurre. Per chi opera nel processo penale, la questione centrale resta una: la riforma migliora o peggiora le garanzie del giusto processo? È su questo parametro che andrebbe misurata, al di là del clima della campagna, la valenza della riforma. Da avvocato, mi auguro che nelle settimane restanti si parli meno di slogan e più di norme. Non è una riforma che accorcerà i processi domani — per quello servono risorse e riforme processuali — ma è una riforma che interviene sulla fisionomia del giudice, rendendolo, agli occhi del cittadino, più terzo.