sanità
Un ricovero ospedaliero in Lombardia costa la metà che in Sicilia, il paradosso dell'Italia spaccata in due
A Pavia lo Stato paga 400 euro al giorno, nell’Isola si arriva a picchi anche di mille euro (a Messina). I dati Agenas rivelano una situazione paradossale
I bilanci parlano chiaro e rivelano un’Italia profondamente spaccata anche - e soprattutto - nel settore della sanità con un tasso di emigrazione verso altre regioni elevatissimo e costi milionari per le casse pubbliche. Ma c’è anche un dato – quello del costo delle degenze ospedaliere – che assume contorni paradossali a seconda della latitudine. Emerge dai numeri forniti dall'Agenas per il 2023 e fotografa il divario abissale tra le strutture sanitarie del Sud e quelle del Nord: un giorno di ricovero negli ospedali dell'Isola può arrivare a costare alle casse dello Stato più del doppio rispetto al costo giornaliero di una degenza in Lombardia.
Guardando ai dati siciliani, i costi assorbono risorse imponenti, paragonabili a quelli di veri e propri soggiorni in hotel a cinque stelle. L’Azienda ospedaliera universitaria Giaccone di Palermo, ad esempio, presenta un conto da 889 euro al giorno per ogni singolo paziente ricoverato. Spostandosi verso la costa orientale della Sicilia, la situazione ricalca le stesse dinamiche: il Martino di Messina registra un costo giornaliero per lo Stato di 716 euro. Ma il picco siciliano si raggiunge analizzando le aziende ospedaliere pure, quelle non legate all'università e alla ricerca: l'ospedale Papardo di Messina sfonda addirittura il muro dei mille euro, attestandosi a 1.031,6 euro per ogni singola giornata di ricovero. Anche l'ospedale Garibaldi di Catania si mantiene ben al di sopra della media nazionale con i suoi 703 euro al giorno.
Cosa succede, invece, se un cittadino viene ricoverato nel profondo Nord? Le cifre crollano in modo impressionante. Prendendo in esame l'Azienda ospedaliero-universitaria San Matteo di Pavia il conto si ferma ad appena 400 euro per ogni giorno di degenza. Il confronto numerico è impietoso e non lascia spazio a interpretazioni: un paziente assistito al Papardo di Messina costa allo Stato oltre il 150% in più rispetto a uno curato a Pavia, mentre il Giaccone di Palermo costa più del doppio del San Matteo. I dati Agenas sono peraltro calcolati secondo il “costo medio per giornata di degenza acuzie pesata per complessità”. Significa cioè che il calcolo tiene già conto della gravità della patologia trattata (come infarti, polmoniti o ictus) e dell'assorbimento di risorse necessario. A parità di diagnosi e di urgenza medica, dunque, il divario economico rimane intatto e la complessità non è una scusa valida.
Quali sono allora le ragioni di un simile divario nei conti pubblici? Una ipotesi è l'impatto dei costi fissi nel Sud, dove peserebbero strutture molto grandi ma vecchie, un minore utilizzo degli spazi e la presenza di macchinari fuori standard. Eppure, anche volendo ammettere l'esistenza di gravi inefficienze strutturali, ciò non basterebbe a giustificare tariffe che arrivano a triplicare o duplicare i costi degli omologhi ospedali settentrionali. Listini che sembrano appartenere a Paesi diversi: o le aziende meridionali sprecano enormi risorse, oppure quelle del Nord pur mantenendo standard elevatissimi, riescono a farlo stringendo la cinghia all'inverosimile.