il ricordo
Mio fratello Davide, morto dopo il vaccino anti-Covid. Ogni scelta fatta per il bene comune merita di essere custodita
Davide Villa è morto a Catania il 6 marzo di cinque anni fa. Si è vaccinato per senso di responsabilità. Il fratello: «Non cerco colpe, ma memoria»
Il 6 marzo di cinque anni fa mio fratello Davide è morto per una trombosi cerebrale insorta pochi giorni dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid. Gli accertamenti successivi hanno riconosciuto una trombosi con trombocitopenia immune (VITT), una rara sindrome trombotica correlata alla vaccinazione. Scriverlo con chiarezza non è un dettaglio tecnico, ma un atto di rispetto verso i fatti e verso un tempo che anche la nostra città ha attraversato con paura e responsabilità.
Erano mesi sospesi. Catania silenziosa, le strade vuote, le sirene più frequenti. Ci veniva chiesto fiducia, senso civico, responsabilità. Non erano scelte semplici, ma scelte collettive. Davide si è vaccinato per dovere: per il lavoro che svolgeva nella Polizia di Stato, per quella divisa vissuta come impegno quotidiano al servizio della comunità. Si è vaccinato anche per la madre che accudiva ogni giorno, con la discrezione che lo ha sempre contraddistinto. Era la cosa giusta da fare. E lui l’ha fatta senza trasformarla in un gesto da esibire.
Non voglio che venga ricordato per la sua morte, ma per il modo in cui ha vissuto quel momento. Per la coerenza con cui ha affrontato le responsabilità. Per quella fiducia nel bene comune che per lui non era teoria, ma pratica.
L’anno scorso lo abbiamo ricordato con "Fratello poliziotto, poliziotto fratello", il mio docufilm fotografico, presentato in occasione della Festa della Polizia dell’11 aprile 2025. È stato il mio modo di restare dentro quella memoria: guardare e raccontare. Le riflessioni del procuratore Sebastiano Ardita, di Fra Massimo Corallo e del questore di Catania Giuseppe Bellassai hanno dato voce alle immagini, parlando di dovere civile, fratellanza e di quel “Esserci sempre” che è una responsabilità concreta. La vicinanza dei suoi colleghi non è stata formale: è stata una testimonianza di appartenenza che questa città ha saputo esprimere con dignità.
Sono un fotografo e un giornalista. So che le parole hanno peso, ma ho imparato che prima di usarle bisogna guardare. Da cinque anni guardo questa assenza. Non l’ho trasformata in rabbia, anche quando sarebbe stato più semplice. Non ho cercato colpe, perché la storia di quei mesi è complessa e ha attraversato migliaia di famiglie. So però che dietro ogni decisione pubblica ci sono vite singole, volti, relazioni.
A distanza di cinque anni resta un gesto compiuto con responsabilità. Resta la scelta di proteggere gli altri senza farne una bandiera. Resta l’idea che il “noi” venga prima dell’“io”. È questo che non dovrebbe andare disperso nel tempo. Il 6 marzo non chiede clamore. Chiede memoria. Ricordare significa non lasciare che una vicenda si sciolga nell’indifferenza o si riduca a una nota statistica.
Quello che è accaduto non appartiene soltanto a una famiglia, ma a una stagione che anche Catania ha vissuto sulla propria pelle. Perché ogni scelta fatta per il bene comune merita di essere custodita con la stessa dignità con cui è stata compiuta.

