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Sit-in al Massimo

L’Iran di Palermo tra l’angoscia e la speranza, parla la comunità

C'è chi è arrivato nel 1979 dopo la rivoluzione sciita e poi la seconda generazione, con professionisti e studenti: ecco opinioni e paure per il loro Paese in guerra

06 Marzo 2026, 10:50

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L’Iran di Palermo tra l’angoscia e la speranza, parla la comunità

Maziar Firouzi e suo padre Afshin, arrivato nel 1979

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Oggi pomeriggio, davanti al Teatro Massimo, si terrà il presidio «Stop Bombing Iran» organizzato dall’Assemblea cittadina per la Palestina, gruppo composto da realtà della società civile. Abbiamo raccolto alcune voci della comunità iraniana: studenti, cittadini arrivati dopo la rivoluzione del 1979, seconde generazioni.

Afshin Firouzi, architetto ed educatore, arrivato in città nel 1979, dice: «Khomeini parlava di democrazia e libertà, ma dopo la rivoluzione di febbraio tutto è cambiato. Ad aprile ero a Roma, volevo andare a Torino o a Pisa per continuare gli studi. Mi hanno assegnato Palermo. Non era quello che avevo scelto, ma questo destino non mi è dispiaciuto». Sui bombardamenti è netto: «Sono arrivati nel momento sbagliato. L’Iran stava negoziando con gli Stati Uniti sull’azzeramento dell’uranio. Ciò che temo ora è la frammentazione: ci sono curdi, turchi, arabi, baluci; dividere l’Iran è un disegno dell’imperialismo». Parteciperà per protestare contro il governo italiano che non si oppone alla guerra: «La Spagna ha dimostrato che si può fare. Comportarsi così significa essere complici. Sono cittadino italiano da cinquant’anni, devo dirlo».

Tra gli iraniani arrivati più recentemente, la prospettiva è opposta. Ali, 34 anni, studia Intelligenza artificiale all’università, preferisce non rendere pubblico il cognome. «Stavo aspettando l’attacco perché era l’ultima speranza per sconfiggere il regime. La morte di Khamenei dà speranza, ma non basta. Il regime è brutale». Secondo lui molti occidentali faticano a comprendere la reazione festosa di molti iraniani: «Questo dimostra - dice - quanto il popolo sia stato oppresso. Hanno ucciso migliaia di persone e possono farlo ancora. Spero che la comunità internazionale ci aiuti a prendere il controllo del nostro destino».

Come lui Sepehr, 33 anni, dottorando. La notizia dei bombardamenti gli è giunta all’alba da un amico. «Il mio primo pensiero è stato un proverbio persiano: c’è sempre una mano sopra un’altra mano. Significa che quando opprimi qualcuno prima o poi arriva qualcuno più forte di te». Non nasconde la preoccupazione: «Siamo a un bivio. Il regime cade o sopravvive. Se sopravvive sarà ancora peggio, perché potrebbe vendicarsi». La sua famiglia è ancora a Teheran. «Sono sotto le bombe. Eppure pensano che da queste macerie possa nascere un futuro migliore».

Sentimenti contrastanti nel racconto di Yasaman Kokalah, 36 anni, architetta dal 2012 a Palermo. «Quando ho saputo la notizia da una parte ho provato preoccupazione per i miei familiari e i miei amici. Dopo poche ore è stato interrotto anche l’accesso a internet e non riuscivo ad avere notizie. Dall’altra c’è stato anche un sentimento di sollievo». Spiega: «Sono cresciuta in Iran, ho vissuto episodi di repressione. In alcune occasioni sono stata arrestata per il mancato uso del hijab. Ho sperato che il Paese potesse cambiare dall’interno, ma la situazione è peggiorata sempre di più. Alcuni guardano a Reza Pahlavi come figura di riferimento, ma io penso che il futuro debba essere deciso dagli iraniani».

Ha una posizione diversa Masiar Firouzi, classe ’90, nato a Palermo, attore e ristoratore: «Voglio uno Stato laico in Iran, ma non la liberazione a stelle e strisce. Con Iraq e Afghanistan sappiamo come finisce: controllare l'Iran significa controllare il petrolio». Sul paradosso dell’Occidente: «L’embargo ha gonfiato l’inflazione che ha alimentato le rivolte. Alcuni iraniani che fino a ieri dicevano “Free Gaza” e oggi applaudono Netanyahu, mentre in Cisgiordania continuano le annessioni».