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Il documento

Niscemi a rischio: frana da 80 milioni di metri cubi, scarpata in evoluzione e delocalizzazioni

L'Università di Firenze segnala rischio elevato e propone delocalizzazioni, in corso c'è un monitoraggio avanzato

09 Marzo 2026, 12:20

Allarme frana a Niscemi, le parole dell'esperto che ha monitorato diversi territori: «Mai vista una catastrofe così immane»

Immaginate un versante che non smette di muoversi, con una scarpata che minaccia Niscemi, in provincia di Caltanissetta. La frana di gennaio 2026, con i suoi 80 milioni di metri cubi di terreno mobilizzati su 4,7 km, riaccende un’instabilità storica, ma ora il rapporto tecnico-scientifico dei docenti dell’Università di Firenze, guidati dal professor Nicola Casagli – presidente del centro Protezione Civile e ordinario di Geologia Applicata – getta nuova luce: rischio elevato e evolutivo, con proposte choc per delocalizzazioni entro 50 metri dal ciglio. Pubblicato sul sito del Dipartimento Protezione Civile, questo studio di 150 pagine integra analisi satellitari e sopralluoghi, confermando che il centro abitato resta sostanzialmente stabile ma la scarpata principale evolve pericolosamente.

Le radici geologiche di un disastro plurisecolare
Niscemi poggia su un equilibrio precario: sabbie plio-pleistoceniche permeabili sopra argille marnose impermeabili plioceniche, con pressioni interstiziali concentrate sui piani di contatto che favoriscono scivolamenti profondi. L’assetto monoclinale verso SSE, le scarpate sui margini ovest e sud, e l’erosione del Torrente Benefizio creano un sistema cronico di instabilità, eco di frane del 1790 con vulcanismo sedimentario e del 1997. Il rapporto Casagli conferma questa policiclicità: alleggerimento al piede, riorganizzazione delle superfici di scivolamento e arretramento progressivo dei coronamenti, controllati da stratigrafia, idrogeologia e acque incanalate.

I tre fronti di gennaio: collassi che cambiano il paesaggio
Si parte il 15-16 gennaio con la frana Nord: oltre 12 metri verso ovest, erosione idrografica che fa crollare la Sp12. Poi il 25-26 gennaio esplode la frana Centrale, principale: più di 50 metri sud-ovest lungo il Benefizio, con scarpata che sfiora l’urbano. Chiude la frana Meridionale, oltre 7 metri ovest e sud-ovest, distruggendo parte della Sp10. Uno scivolamento composto retrogressivo – compound slide alla Hutchinson – con movimenti pseudo-rigidi, Horst e Graben in cima, profondità fino 80 metri e Fahrböschung del 6,5° che suggerisce liquefazione o resistenza residua al minimo. Un dramma che ha isolato il paese e sfollato centinaia di famiglie.

Satelliti e geofisica: dati che non mentono
Sentinel-1, COSMO-SkyMed e PlanetScope tracciano tutto: pre-evento, stabilità urbana entro ±2 mm, ma creep lenti a valle dal 2011; co-evento, 37 metri in 11 giorni al sud; post-evento, quiete nel centro con residui minimi fuori zona rossa. Geofisica 3D rivela contrasti litologici a 35-40 metri; modellazione FLAC conferma scivolamento listrico basale. Il rapporto Casagli integra questi dati: “Il quadro delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente”.

Evoluzione pericolosa e interventi immediati
La relazione di Firenze, incaricata dal Dipartimento Protezione Civile, avverte: “La scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica”. Eppure, il centro del paese “presenta condizioni di sostanziale stabilità”. L’approccio deve essere multifronte: ridurre infiltrazioni da monte, intercettare flussi idrici prima che penetrino la massa destabilizzata, proteggere il piede dei versanti contro l’erosione fluviale – “elemento motore della riattivazione” – e intervenire sull’alveo del Benefizio con ingegneria naturalistica come piantumazioni.

Potenziare il monitoraggio con inclinometri profondi per le pressioni, e soprattutto: “Prevedere la delocalizzazione degli edifici ubicati entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata”. Attualmente la zona interdetta è a 100 metri, ma Casagli spinge per azioni mirate e urgenti, ribaltando parzialmente stime precedenti più cautelative.

Cause multifattoriali e rischio residuo
Erosione al piede del Benefizio riduce il confinamento, piogge antecedenti gonfiano pressioni residue su piani al limite: un innesco geologico-idrogeologico-erosivo, non imprevedibile. Il rapporto conferma arretramento potenziale 50-83 metri con FS=1,5, ma insiste su un rischio evolutivo alto che richiede delocalizzazioni entro 50 metri per sicurezza immediata.

La roadmap per la resilienza: da Niscemi una lezione nazionale
Servono reti GNSS, piezometri, drenaggi profondi, protezioni fluviali e fasce dinamiche satellitari. La gestione integrataProtezione Civile, monitoraggio INGV, mitigazioni naturalistiche e delocalizzazioni – trasforma il dramma in opportunità resiliente. Niscemi, con il suo versante vivo, insegna alla Sicilia: monitorare, intervenire, adattarsi. Dal 9 marzo partono i bonifici per i danni, ma il futuro dipende da scelte coraggiose come quelle di Casagli.