10 marzo 2026 - Aggiornato alle 21:10
×

L'inchiesta di Palermo

Carmelo Vetro, l’ombra di mafia e massoneria sugli appalti in Sicilia e i rapporti "borderline" con Salvatore Iacolino

Secondo l'inchiesta della Procura di Palermo, Carmelo Vetro è indicato come fulcro di un presunto sistema che intreccia mafia, massoneria e corruzione nella sanità regionale.

10 Marzo 2026, 15:05

15:10

Carmelo Vetro, l’ombra di mafia e massoneria sugli appalti in Sicilia e i rapporti "borderline" con Salvatore Iacolino

Seguici su

Switch to english version

Al centro dell'inchiesta della Procura di Palermo che ha travolto i vertici della sanità regionale, con in testa Salvatore Iacolino, emerge la figura di Carmelo Vetro, indicato dagli inquirenti come fulcro di un pericoloso intreccio tra criminalità organizzata, colletti bianchi e alte sfere istituzionali.

Nel decreto di perquisizione, Vetro viene formalmente inquadrato come un "uomo d'onore" della famiglia mafiosa di Favara (Agrigento), già destinatario di una condanna definitiva per associazione di tipo mafioso La sua rilevanza, sottolineano gli atti, non dipende soltanto dalle condotte illecite contestate, ma anche da una pesante eredità familiare: il padre sarebbe stato un "mafioso di vertice della provincia agrigentina". Proprio in ragione dei precedenti e delle misure di prevenzione personali e patrimoniali cui è sottoposto, a Vetro avrebbe dovuto essere precluso in modo assoluto l’accesso ad autorizzazioni, appalti e concessioni pubbliche.

A rendere Vetro l’emblema di una mafia “evoluta”, capace di infiltrarsi nei gangli vitali dell’economia, è – secondo gli investigatori – la sua "risalente e attuale appartenenza alla massoneria". Tale affiliazione, definita dagli atti un "collante tra le più diverse componenti della società", gli avrebbe consentito di tessere e consolidare relazioni trasversali, ben oltre il tradizionale perimetro criminale.

Nonostante le interdizioni antimafia, Vetro avrebbe continuato a curare i propri interessi economici attraverso società a lui di fatto riconducibili, come la "Ansa Ambiente". Per aggirare i controlli, avrebbe sfruttato la "totale disponibilità" dell’allora dirigente generale Salvatore Iacolino, usato come cerniera per instaurare e rinsaldare contatti con figure apicali dell’amministrazione nel settore sanitario e dei lavori pubblici. Per il tramite di questo canale, Vetro avrebbe promosso anche gli interessi di imprenditori a lui vicini e direttamente segnalati, tra cui Giovanni Aveni, legato alla gestione della Arcobaleno  s.r.l.

Secondo l’impianto accusatorio, il potere di Vetro si reggeva su un meccanismo corruttivo ben oliato. Da un lato, il finanziamento delle campagne elettorali di esponenti politici compiacenti: circostanza che emergerebbe da intercettazioni ambientali nelle quali lo stesso Vetro rivendica pregressi pagamenti in favore di Iacolino. Dall’altro, l’uso delle proprie aziende per compiacere i referenti istituzionali, offrendo ai pubblici ufficiali la possibilità di indicare lavoratori da assumere nelle sue ditte. Questo schema, che in un caso vede "protagonista" la deputata Grasso, avrebbe consentito alla politica di distribuire posti di lavoro, alimentando un circuito clientelare che asserviva le istituzioni e inquinava profondamente la pubblica amministrazione.