le carte dello scandalo sanità
Quando la mafia voleva creare l'Ottavo Mandamento di Agrigento
A Salvatore Iacolino gli investigatori arrivano con i trojan nei telefoni (anche) di Carmelo Vetro: ed è qui che si scopre come Cosa nostra voleva riorganizzarsi sul territorio
La mappa del potere mafioso cambia e affina tattiche e assetti. Dalle carte giudiziarie relative all'inchiesta che ha travolto Salvatore Iacolino e il mondo della Sanità regionale emerge una fitta trama di intercettazioni e affiora l’immagine di una Cosa Nostra agrigentina impegnata in una profonda ristrutturazione.
Al centro di questo risiko criminale, secondo gli inquirenti che hanno riempito di trojan i cellulari di molti dei protagonisti dell'inchiesta (ed è "grazie" a loro che è stato incastrato Iacolino), c’è un disegno ambizioso concepito ai vertici locali: la nascita del cosiddetto “ottavo mandamento”. I capi Francesco Ribisi e Giovanni Tarallo, figure apicali della mafia agrigento, il primo boss di Palma di Montechiaro e il secondo di Santa Elisabetta, avrebbero definito una strategia per la Cupola provinciale: unificare sotto un’unica, fortissima giurisdizione aree chiave come Agrigento, Porto Empedocle, Palma di Montechiaro e Favara.
“Io gli avevo detto, l’altro mandamento nuovo fare”, spiegava Ribisi, captato dalle microspie degli investigatori. Un piano di accentramento che però, per funzionare, richiedeva non solo fedeltà, ma anche competenza finanziaria.
E infatti per la guida della “famiglia” di Favara, la cosca aveva individuato un nome: Carmelo Vetro. Nato a Sciacca nel 1985, Carmelo Vetro incarna l’eredità di una dinastia criminale di rango. Suo padre, Giuseppe Vetro, morte per cause naturali nel 2008 mentre scontava l’ergastolo in carcere, fu per un periodo il capo indiscusso della Provincia agrigentina e arrivò, secondo le ricostruzioni, a favorire la latitanza dei fratelli Vincenzo e Giovanni Brusca.
Come ha riferito il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, il giovane avrebbe capitalizzato sin da subito quel cognome pesante: “La gente gli apriva le porte, perché era il figlio di Giuseppe Vetro”.
Il cuore dell’inchiesta, però, non è soltanto nella tradizione criminale, bensì nel ruolo gestionale e sotterraneo che i vertici gli avrebbero cucito addosso. Ribisi e Tarallo lo proposero come “governatore” di Favara, affidandogli in sostanza le leve degli “affari” del territorio. Con una consegna tassativa: evitare ogni contatto con i reati di strada. “Lui deve rimanere pulito”, intimava senza mezzi termini Ribisi.
In tempi in cui le estorsioni agli imprenditori portano rapidamente all’arresto, esporre Vetro a condotte operative e rischiose era giudicato un errore strategico. Considerato un “asset finanziario” di grande valore, dotato – secondo gli atti – di spiccate abilità imprenditoriali, Vetro avrebbe dovuto garantire flussi di cassa regolari e il sostentamento della rete. “Facciamolo rimanere pulito ’u carusu”, insistevano i boss, timorosi che una sua cattura scaricasse su di loro “il peso del sostentamento” delle famiglie dei detenuti.
La linea era netta: mascherare le reali mansioni dietro la facciata di un professionista in giacca e cravatta, capace di muoversi con disinvoltura nei circuiti dell’economia legale e degli appalti. E, nell’eventualità di un colpo della magistratura ai vertici “militari”, garantirsi un uomo nell’ombra pronto a subentrare, perché “se succede una cosa a noi, lui sa dove deve andare” a recuperare il denaro.
Malgrado le cautele, la giustizia ha presentato il conto. Il 16 marzo 2018, la Corte d’Appello di Palermo ha condannato Carmelo Vetro a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa; la pena è stata scontata tra il giugno 2012 e il luglio 2019. Una volta scarcerato, è stato sottoposto alla sorveglianza speciale fino all’agosto 2022.
Su di lui pende inoltre una articolata procedura di prevenzione patrimoniale avviata nel 2015, finalizzata alla confisca di beni e conti ritenuti di provenienza illecita.
La parabola di Carmelo Vetro e il progetto dell’“ottavo mandamento” restituiscono l’istantanea di una mafia che evolve senza snaturarsi: un’organizzazione capace di comprendere il peso decisivo dei colletti bianchi e dei capitali occulti, senza rinunciare – quale presunzione del vincolo associativo – alle relazioni di sangue e al carisma familiare. Il “governatore” di Favara diventa così l’emblema di una Cosa Nostra silente, che prova a mimetizzarsi nell’economia legale per perpetuare il proprio potere.