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lo scandalo sanità

Quell'interesse di Carmelo Vetro per l'appalto della rete idrica di Agrigento

Dalle carte della Procura di Palermo che hanno travolto Salvatore Iacolino, le conversazioni del boss favarese con un imprenditore agricolo di Canicattì: si discute di pizzo e lavori pubblici

13 Marzo 2026, 02:28

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Quell'interesse di Carmelo Vetro per l'appalto della rete idrica di Agrigento

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La rete idrica di Agrigento vale trenta milioni di euro. Su questo tesoro, secondo quanto emerge dalle carte che hanno travolto l'ex superburocrate Salvatore Iacolino e la sanità siciliana, la mafia agrigentina — quella “invisibile” e dai modi “borghesi” — aveva già puntato gli occhi. La Procura scopre passaggi e dinamiche grazie ai trojan nei telefoni di alcuni degli indagati, in questo caso di Carmelo Vetro, il mafioso favarese coinvolto nell'inchiesta dei giorni scorsi.

L’ombra di Cosa nostra si proietta infatti anche sul maxi-appalto di AICA, a conferma di come i grandi flussi di denaro pubblico restino linfa vitale per i clan del territorio. A svelare involontariamente perché non sanno di essere ascoltati dagli investigatori è una conversazione intercettata dagli investigatori il 14 luglio 2025: un audio che mette a nudo, con crudezza, le dinamiche predatorie della criminalità locale. Il dialogo, registrato all’interno di un esercizio pubblico, vede protagonisti il Carmelo Vetro, figura apicale della famiglia di Favara e con pericolosi agganci nella massoneria, e un imprenditore agricolo canicattinese non indagato. Sono i giorni in cui era appena scoppiato lo scandalo dell'appalto - secondo i pm di Agrigento - truccato nel quale risulta indagato l'ex assessore regionale Roberto Di Mauro (che è del tutto estraneo a quest'ultima vicenda). Tra confidenze e ammiccamenti, i due - Vetro e l'imprenditore agricolo canicattinese - parlano di affari e di come spremere le aziende impegnate in importanti lavori pubblici. Nel mirino finisce proprio la commessa agrigentina. L'imprenditore introduce l’argomento citando espressamente “il lavoro di AICA la rete idrica” e ne quantifica l’entità: “No, questo appalto nuovo è... che fanno ad Agrigento AICA, questo è di trenta milioni di euro...”. Una torta molto interessante, capace di attirare inevitabilmente chi necessita di risorse costanti per alimentare le attività illecite e sostenere le famiglie dei detenuti.

Il confronto, però, va oltre la semplice condivisione di informazioni. L’imprenditore non si limita a informare Vetro, ma lo sollecita all’incasso, indicando con precisione i bersagli. Riferisce che tra le imprese operative figurano suoi storici “clienti miei che pagano”. L’esortazione rivolta a Vetro, perché proceda alla riscossione, è gelida e inequivoca: “Li chiamo fuori piedi piedi... e li chiami, gli dici che va a fare in culo e ti dà i soldi... Chiamali e te li fai dare”.

Si delinea così il volto della mafia "moderna" che non ha più bisogno di sparare: agisce come un’esattoria parallela, sfruttando un marchio criminale che incute timore senza necessità di minacce esplicite.

Sull'appalto milionario Aica lo scorso anno la Procura di Agrigento ha acceso i fari con una delicatissima inchiesta su una presunta organizzazione criminale composta da politici, imprenditori e tecnici, dedita a truccare appalti pubblici. Al centro delle indagini, coordinate dal procuratore capo Giovanni Di Leo e dal sostituto Rita Barbieri, ci sarebbe l'ex assessore regionale all'Energia Roberto Di Mauro, figura di spicco della politica agrigentina, capace di orientare nomine e scelte amministrative.

L'indagine è partita dalla denuncia di un imprenditore di Licata, a rischio fallimento per l'ostracismo del gruppo. L'uomo ha vuotato il sacco con la Squadra Mobile di Agrigento, nominando i membri della cricca, tra cui l'architetto Sebastiano Alesci – ex capo dell'Utc di Licata, che era finito ai domiciliari e considerato il "cervello" dell'associazione. Alesci è stato arrestato dopo essere stato filmato mentre riceveva una busta gialla con all'intero almeno 35mila euro, tranche - secondo i magistrati - di tangente per orientare appalti del consorzio dei Comuni di Trapani.

A mettere nei guai Di Mauro un trojan nel suo cellulare che ha captato conversazioni compromettenti, inclusi contatti con i vecchi vertici di Aica per l'appalto della rete idrica agrigentina, che secondo la Procura il gruppo avrebbe manipolato. Tra le curiosità l'appello di Di Mauro che cerca operai, ma non agrigentini, definiti “fannulloni”, preferendo i favaresi.