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Il profilo

La zona grigia dello 007: Bruno Contrada e i misteri delle stragi degli anni '90, le accuse di una sfilza di pentiti

Da via D'Amelio alla trattativa Stato-mafia. Ecco cosa è accaduto e le accuse mosse dai collaboratori di giustizia

13 Marzo 2026, 09:56

10:00

Contrada su perquisizioni in casa: «Non conoscevo agente D' Agostino»

Bruno contrada anni fa davanti al palazzo di giustizia di Caltanissetta

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Uno 007 che con la sua morte porta con sé i misteri delle stragi degli anni '90. Al poliziotto Bruno Contrada vennero affidate le indagini sulla strage di via D'Amelio da Giovanni Tinebra, all'epoca a capo della procura di Caltanissetta. Una mossa non prevista dall'ordinamento giudiziario. Eppure da Caltanissetta era partito l'ordine ai servizi segreti e il mix tra depistaggi e misteri è stato servito.

Dopo la morte di Paolo Borsellino per Contrada arriva il primo grattacapo giudiziario: fu accusato principalmente di concorso esterno in associazione mafiosa sulla base delle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia di Cosa Nostra, emerse a partire dal 1992. Testimonianze spesso controverse - ritrattate o contestate - hanno segnato i suoi processi per oltre vent’anni, delineandolo come un funzionario di polizia colluso con i vertici mafiosi.

L’arresto di Contrada il 24 dicembre 1992, disposto dalla Procura di Palermo, si fondò in particolare sui contributi di quattro pentiti: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Rosario Spatola. Mutolo, già confidente e poi arrestato da Contrada, lo accusò di frequentare dal 1979 un appartamento in via Jung a Palermo, riconducibile all’influenza del boss Angelo La Barbera, e di avere avvertito latitanti come Stefano Bontate e Totò Riina di perquisizioni imminenti.

Buscetta riferì le confidenze del defunto Rosario Riccobono: Contrada avrebbe garantito protezione a esponenti mafiosi in cambio di informazioni utili alle indagini. Marchese parlò di incontri con ignoti “protettori” mafiosi, mentre Spatola evocò contatti per il rilascio di patenti false a beneficio di famiglie palermitane. Accuse che Contrada ricondusse ad attività sotto copertura, ma che condussero comunque al rinvio a giudizio.

Il primo grado e l’appello

Nel giudizio di primo grado, conclusosi nel 2007 con una condanna a dieci anni, emerse la testimonianza di Salvatore Cancemi, che attribuì a Contrada rapporti con Michele Greco, detto “il Papa”, con Antonio Inzerillo e con i Corleonesi, per ottenere notizie sui pentiti e anticipazioni su operazioni di polizia. Cancemi parlò di un “aiuto” continuativo dal 1982, quando Contrada era al Sisde, includendo presunti favori a latitanti come Filippo Marchese.

Antonino Galliano e Giovanni Brusca confermarono l’esistenza di contatti “riservati” finalizzati a scambi di servizi, mentre Baldassare Di Maggio lo indicò come “uomo d’onore” in relazione al pizzo sugli appalti pubblici. In appello (assoluzione nel 2001, poi annullata), i giudici rivalutarono l’attendibilità di Buscetta e Mutolo, nonostante parziali ritrattazioni.

Accuse successive e il nodo delle stragi

Tra gli anni 2000 e 2010, ulteriori collaboratori resero dichiarazioni più specifiche. Vincenzo Scarantino, prima della sua ritrattazione, collegò Contrada alla strage di via D’Amelio. Mutolo disse di aver riferito a Borsellino, prima dell’attentato del 19 luglio 1992, di “soffiate” riconducibili a Contrada, poi utilizzate come riscontro investigativo.

Nel 2014 Giuseppe Galatolo descrisse Contrada come frequentatore abituale della borgata dell’Acquasanta insieme ad Arnaldo La Barbera, “a disposizione” dei Madonia prima delle stragi del 1992; secondo il racconto, Cosa Nostra avrebbe progettato di punirli per una rapina fallita, salvo desistere su input “superiori”. Francesco Onorato riferì di piani per uccidere La Barbera, poi sospesi per “avvisi dallo Stato”, e di incontri nella stessa zona tra Contrada e Giovanni Aiello, detto “Faccia da mostro”.

Altre piste e presunti depistaggi

Gioacchino La Barbera ha lanciato ombre su “poliziotti deviati” come Contrada in relazione a protezioni garantite a famiglie mafiose palermitane. Dal nucleo originario delle dichiarazioni di Mutolo (1991-92) fino a quelle di Galatolo (2024), il profilo di Contrada è stato così rappresentato come quello di un “007 corrotto” nella “zona grigia” fra SISDE e Cosa Nostra: un quadro accusatorio che, col passare degli anni, ha spostato il baricentro dalle presunte collusioni generiche ai presunti depistaggi sulla strage Borsellino e alla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Contrada ha sempre respinto ogni addebito, definendo quelle ricostruzioni come vendette di pentiti da lui perseguiti; i procedimenti giudiziari, tuttavia, hanno più volte valorizzato la convergenza delle loro versioni. Con la morte dello 007, diversi misteri sulle stragi sono finiti con lui nella tomba.