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l'intervista

Arctic Metagaz alla deriva verso Lampedusa: quali sono i rischi e cosa bisogna fare

La metaniera russa è stata attaccata dai droni: equipaggio salvo, ma è un rischio per la navigazione. Spiega tutto l’ammiraglio in congedo Vittorio Alessandro

13 Marzo 2026, 18:16

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Arctic Metagaz alla deriva verso Lampedusa: quali sono i rischi e cosa bisogna fare

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Ha destato molta apprensione nelle Pelagie la notizia della nave metaniera «Arctic Metagaz» progettata per il trasporto di gas naturale liquefatto (Gnl) da oltre dieci giorni alla deriva senza più equipaggio, colpita da droni mentre navigava nel canale di Sicilia. Secondo alcune fonti apparterrebbe alla cosiddetta flotta di «navi ombra» russe, unità che esportano energia nonostante le sanzioni occidentali. L’equipaggio, composto da circa trenta persone, sarebbe stato tratto in salvo da una nave di passaggio. L’episodio risalirebbe allo scorso tre marzo, ma si è appreso soltanto ora destando serie preoccupazioni per le conseguenze ambientali devastanti che il cargo con il suo carico, potrebbe avere per le nostre coste, soprattutto per le isole di Linosa e Lampedusa.

«Nel caso di una metaniera» spiega l’ammiraglio in congedo Vittorio Alessandro, esperto in materia e già Capo del Reparto Ambientale Marino delle Capitanerie di Porto presso il Ministero dell’Ambiente - i rischi sono diversi da quelli che associamo al carico delle petroliere. Il gas naturale liquefatto, se disperso in mare, evapora rapidamente e non produce l’inquinamento persistente tipico degli idrocarburi pesanti. Salvato l’equipaggio e probabilmente ormai disperso il gas nell’atmosfera, restano pericoli di natura diversa. Il primo riguarda la sicurezza della navigazione: la gasiera, lunga circa 280 metri e costruita in acciaio, si trova alla deriva in un tratto di mare molto trafficato, senza controllo e senza segnalazione. Il secondo riguarda l’eventuale impatto ambientale che potrebbe derivare dalla fuoriuscita dell’olio combustibile di bordo, sulla cui entità non abbiamo ancora informazioni».

È possibile prevedere possibili rischi per le nostre coste?

«Si dice che il relitto sia sospinto verso Lampedusa – risponde Vittorio Alessandro. - Per il momento è difficile formulare previsioni precise. Tutto dipende dallo stato effettivo dello scafo e dall’azione di venti e correnti che, in questi dieci giorni, hanno prodotto uno scarroccio di circa duecento miglia in direzione della Sicilia meridionale. Avremo alcuni giorni di mare relativamente calmo: se il galleggiamento resiste, è plausibile che si decida di rimorchiare la nave, sempre che non sia possibile alleggerirla al largo del combustibile di bordo. Resta il problema di dove condurre il relitto: in ogni porto gli spazi operativi sono vitali per l’economia locale».

Non sembra finora che sia stato fatto nulla per affrontare il problema. In questo caso chi deve intervenire?

«In primo luogo lo Stato di bandiera ma nel nostro caso credo sia da escludere un virtuoso intervento della Russia e, tantomeno, dell’armatore. Entrano quindi in gioco, come nelle emergenze per il soccorso, le autorità marittime degli Stati costieri più vicini: nel Mediterraneo centrale il coordinamento spetta al Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia costiera per l’Italia, e alle corrispondenti autorità marittime di Malta. Come per il soccorso, a norma della convenzione Marpol 73/78 e, nel Mediterraneo, della «Barcelona Convention», i paesi rivieraschi devono coordinarsi e trovare una soluzione per la migliore protezione del mare e delle coste. Colpisce il silenzio che per molti giorni ha avvolto l’incidente. Non so se, nel contesto dei conflitti, che oggi affliggono l’Europa e il Medio Oriente, dovremo abituarci a una minore diffusione di notizie. Quella di cui parliamo, comunque, non attiene alla sicurezza nazionale, ma alla protezione ambientale: ci auguriamo che si intraprendano, in piena trasparenza e con piena cognizione marittima, tutte le misure di salvaguardia».