Report
Minori, a Catania è allarme mafia: affiliati già da picciriddi e girano in città armati
Ai piedi dell’Etna il più alto numero di under 18 accusati di associazione mafiosa. L’educatrice: «Restituire il futuro a questi ragazzi»
La mafia affilia anche i picciriddi. Non è un’analisi: è un dato processuale e investigativo. A Catania ci sono ragazzini che sono organici ai clan mafiosi. Qualche giorno fa è emerso un dato inquietante da uno studio sulla criminalità minorile firmato da Save The Children: a Catania si registra il numero più alto in Italia di denunce e arresti per associazione mafiosa a carico di minori.
A livello nazionale nel primo semestre del 2025 sono stati 46 i minori (nel 2024 erano 49 in tutto l’anno) accusati di appartenere a una famiglia mafiosa. Di questi 46 ragazzi, 15 sono catanesi. Dietro, a distanza, c’è Napoli con 6 minori. Questo nonostante la città partenopea sia la capitale della “paranza dei bambini”. La preoccupante fotografia, però, è passata in sordina. Senza reazioni. Senza comunicati. Lo scatto dei primi sei mesi dell’anno scorso si completa con i dati sugli altri reati che hanno per protagonisti gli under 18: 3 per estorsione, 30 per lesioni personali, 2 per minacce, 9 per porto d’armi, 9 per rapine.
L’analisi di Save The Children è stata intitolata “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”. Il quadro che emerge dall’inchiesta che in verità sfiora la Sicilia è frastagliato: «da un lato fotografa i cambiamenti nell’intensità e nelle modalità della violenza commessa dagli adolescenti, da soli o in gruppo, dall’altro segnala l’aumento della permanenza prolungata dei minori nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano».
Dal report si registra a livello nazionale un aumento di rapine, risse e lesioni personali, «con un’efferatezza “apparentemente insensata” che nasconde fragilità emotive diffuse e un progressivo svuotamento affettivo. Sebbene la violenza oggi appaia sempre più armata, con l’uso di pistole, coltelli e armi improprie, gli adolescenti sono sempre più “disarmati” (ecco il titolo) di fronte a nuove fragilità psicologiche e relazionali. Preoccupa, inoltre, la crescita nel 2025 di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa in alcuni territori».
Per Save The Children «l’affiliazione criminale nasce spesso dalla povertà educativa: nei vuoti di opportunità, l’illegalità offre ai ragazzi fragili appartenenza e protezione. Senza alternative, spesso costretti a scelte obbligate che si intersecano con le attività criminali della famiglia e da contesti relazionali e sociali complessi, in territori privi di opportunità e servizi, attratti da logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, i minorenni entrano precocemente in contatto con le armi per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Per i ragazzi coinvolti in contesti di criminalità organizzata, la difficoltà a interrompere la condotta delinquenziale e, quindi, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore - scrivono nell’indagine - rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in questi contesti».
A Catania qualche tempo fa è stato scoperto che un rampollo dei Nizza ad appena 15 anni era a capo di un gruppo di picchiatori che terrorizzava le piste delle discoteche. Pistole giocattolo modificate e tirapugni sono le armi più diffuse fra i giovanissimi catanesi. E poi c’è l’ombra del crack che davvero fa paura. «Molti adolescenti raccontano che girare armati può farli sentire più protetti o rispettati, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di alimentare quello che nel Rapporto viene definito un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male».
«Almeno fare paura significa essere visti», ha detto un ragazzo intervistato nell’indagine.
Una frase che è condivisa in pieno da Elisa Maiorca, educatrice della Cooperativa Prospettiva che da 20 anni cerca di incidere sulla povertà educativa che è la fonte delle devianze giovanili. «Questi dati ci preoccupano e ci devono ricordare che dobbiamo restituire un futuro a questi ragazzi che chiedono solo di essere visti e di esprimere», commenta. La formula magica non esiste, ma sicuramente servono progetti integrati fra istituzioni, associazioni, parrocchie, centri aggregativi e famiglie. «A Catania già qualcosa si sta muovendo da tempo», spiega Elisa. Il segreto (forse) è quello di intercettare i ragazzi nella loro vita quotidiana attirandoli parlando il loro stesso linguaggio. Hub Comunità Educante, nato grazie alla sinergia con i servizi sociali del comune, promuove attività educative di strada in tutti i quartieri della città - da San Cristoforo a Librino - che permette di dare ai giovani nuove prospettive e offrire delle alternative. E soprattutto bisogna insegnare che anche per loro è possibile sognare.