Food delivery
Caporalato digitale: giovani rider pagati meno di 3 euro, indagati il Ceo di MyLillo e tre collaboratori
Per lo più studenti sottopagati ed eterodiretti via piattaforma, sequestri per oltre 700.000 euro
Delivery e sfruttamento dei rider tutto in salsa messinese. Arriva la conclusione delle indagini per MyLillo, società di consegna di cibo a domicilio di Messina, ormai in liquidazione. L'accusa è a carico dell'amministratore unico e di tre collaboratori. I reati contestati dalla procura di Messina, guidata dal procuratore Antonio D'Amato, sono di intermediazione illecita e caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani. Giovani messinesi, perlopiù studenti, tra i 20 e i 40 anni, coordinati e indirizzati attraverso WhatsApp dai datori di lavoro. Violata anche la normativa sulla sicurezza sul lavoro. Alla società di food delivery per tutti i reati contestati sono stati sequestrati più di 700mila euro.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro (Nil) di Messina, coadiuvati dal Nucleo operativo del gruppo per la tutela lavoro di Palermo.
In un contesto economico fragile, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel Ccnl, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza. I ragazzi venivano pagati a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna. A fronte di un pagamento esiguo, venivano imposti ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza degradanti e lesivi della dignità del lavoratore e della normativa vigente. I carabinieri hanno inoltre accertato la totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e la mancata sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.
In sostanza, l'indagine ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “caporalato digitale”. La società coinvolta utilizzava una piattaforma informatica che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle prestazioni dei ciclofattorini.
L’attività dei militari del Nil di Messina ha dimostrato come tale sistema - integrato dall’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori - configurasse una chiara etero-organizzazione algoritmica. La tecnologia non fungeva da mero supporto all’autonomia, ma esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali.
Per massimizzare i profitti ed evitare i “tempi morti” tra una consegna e l’altra, tra le direttive aziendali vi era l’obbligo per il rider di inviare la parola "libero" tramite l’applicazione e di aggiornarla ogni minuto. Questo serviva a confermare la disponibilità continua non appena terminato un servizio. I responsabili aziendali monitoravano i tempi d’esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider. Spesso imponevano direttamente come velocizzare il turno e stabilivano d’imperio quale fosse l’ultima consegna della giornata, senza concedere alcuna possibilità di replica ai lavoratori. Il rider non aveva la libertà di rifiutare una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato” e, in caso contrario, comportava rigidi ammonimenti o la perdita del diritto di ricevere l’assegnazione per gli ordini successivi. Questo sistema generava una totale subordinazione, obbligando di fatto il fattorino ad accettare ritmi di lavoro estenuanti.
A seguito dell’accertamento delle violazioni in materia di “salute e sicurezza”, i Carabinieri del Nil hanno proceduto all’irrogazione di sanzioni per euro 66.940,29 (nell’organizzazione aziendale l’integrità fisica dei lavoratori è stata considerata un danno collaterale). A riguardo, è emblematico il caso di una giovane rider che, rimasta coinvolta in un sinistro durante l’attività lavorativa, subiva pressioni psicologiche, volte a indurla a dimettersi per evitare controlli dell’INAIL.
Contemporaneamente, sono state avviate le procedure di recupero degli oneri (contributivi, previdenziali e assistenziali) elusi per un importo di euro 696.191,60. Con riferimento a detta frode contributiva, è stato accertato che gli indagati, costantemente, monitoravano i compensi corrisposti a circa 300 rider per non superare la soglia dei 5.000 euro annui, tetto utilizzato come scudo per evitare i versamenti previdenziali e mantenere il simulacro della “prestazione occasionale”.
Gli indagati, venuti a conoscenza delle indagini nei loro confronti perché destinatari di un decreto di perquisizione, mettevano in atto una serie di strategie per occultare le prove a loro carico: chiedevano al gestore del database aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni precedenti dall’archivio e di modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al sistema, così da impedire eventuali ispezioni telematiche; prendevano in considerazione anche la possibilità di nascondere il computer aziendale e modificare il "file cassa" per abbassare gli importi registrati, mascherare il reale giro d’affari e coprire i pagamenti in contanti non dichiarati.
La società in questione, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi idonei a prevenire il reiterarsi di fenomeni di sfruttamento.
L'operazione messinese si inquadra in un contesto più ampio di indagini su tutto il territorio. Ma ha segnato una netta differenza tra Nord e Sud del Paese.
Le indagini condotte a Milano, infatti, hanno portato alla luce un sistema basato su piattaforme informatiche e app altamente sofisticate. I lavoratori nel settentrione venivano rigidamente eterodiretti da algoritmi in grado di predefinire l’ambiente operativo, governare la prestazione attraverso stati digitali, geolocalizzare costantemente i rider e misurarne in tempo reale le performance ai fini retributivi. Le vittime in questo contesto geografico risultavano essere prevalentemente cittadini extracomunitari.
Mentre lo scenario scoperto a Messina delinea un profilo del tutto differente sia per le vittime che per gli strumenti tecnologici impiegati. A essere sfruttati non erano cittadini stranieri, bensì diverse decine di ciclofattorini, per lo più studenti universitari e giovani messinesi. Questi ragazzi, costretti dalla precarietà lavorativa locale ad accettare compensi inferiori a 3 euro a consegna, venivano eterodiretti attraverso tecnologie decisamente meno sofisticate. Oltre a una piattaforma informatica di base, infatti, il coordinamento operativo, i vincoli e il monitoraggio degli ordini venivano imposti “artigianalmente” attraverso l’uso di semplici chat su WhatsApp.