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18 marzo 2026 - Aggiornato alle 12:59
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La filiera della Protezione civile

Allerta meteo, i sindaci come le mamme: le decisioni si prendono in chat. «Se è arancione chiudiamo»

Amenta, presidente di Anci Sicilia, illustra la prassi che porta a limitare l’accesso nei luoghi pubblici. Cocina (Protezione civile): «Serve studiare possono esserci rischi anche con il solo “giallo”»

18 Marzo 2026, 07:15

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Allerta meteo, i sindaci come le mamme: le decisioni si prendono in chat «Se è arancione chiudiamo»

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La trafila è ormai consolidata: l’app installata sullo smartphone annuncia con una notifica il maltempo in arrivo. Si inizia a parlarne in chat con amici o con altri genitori, se si hanno figli in età scolare. Qualcuno fa un passo avanti «forse domani scuole chiuse, me lo ha detto l’amico del consigliere comunale». La frittata è fatta: le «voci» travalicano le comunicazioni ufficiali. Ma la sorpresa è qui: esattamente come le mamme, anche i sindaci si confrontano sull’allerta tra di loro via chat.

La scelta se «chiudere» scuole, parchi o strade a causa delle emergenze meteo, come noto, compete ai sindaci, ed è tutt’altro che semplice e immediata. Da quando nel 1992 è stata creata la Protezione civile il primo cittadino è il più importante elemento di una lunga catena di informazioni e decisioni che coinvolge centinaia di persone. Si parte dai rilievi scientifici, meteorologici, geologici e non solo e i dati passano poi a chi, come il Dipartimento Protezione civile regionale, dà agli enti locali - e ai sindaci che li rappresentano - le informazioni. Il tutto torna quindi sulle spalle del primo cittadino che spera di fare la scelta giusta. Tendendo alla prudenza.

«Noi sindaci siamo responsabili delle scelte di Protezione civile, anche penalmente. Ormai è prassi che quando una allerta è “arancione” la decisione quasi automatica è chiudere». A dirlo è Paolo Amenta, sindaco di Canicattini Bagni e presidente di Anci Sicilia, l’associazione dei Comuni. Amenta parla del sistema che «parte con la diramazione, solitamente intorno alle 16, del bollettino di Protezione civile sul rischio meteo idrogeologico per il giorno successivo. E da lì parte la macchina: se ne parla sulla chat Whatsapp provinciale, gestita dalla Prefettura, con tutti i sindaci che comunicano in tempo reale le situazioni potenzialmente di rischio. Se si decide di chiudere si istituisce il Coc, il centro operativo comunale che ha al centro il piano di Protezione civile. Qui sono sommati i soggetti che danno un contributo per l’emergenza, ovvero polizia locale, funzionari e tecnici di protezione civile comunali, volontari di protezione civile e se serve anche personale esterno, come vigili del fuoco, e aziende che sono già elencate nel piano. Il Coc resta attivo h24 con il sindaco o un suo delegato. Si comunica poi di continuo con il centro operativo provinciale e regionale, e con le forze dell’ordine».

Sul tema nei giorni scorsi all’Università di Catania è intervenuto anche Salvatore Cocina, dirigente del Dipartimento regionale di Protezione civile, in un incontro dal titolo «Comunicazione e gestione emergenze». Cocina è drastico: «Bisogna studiare, e smettere di parlare a vanvera come fanno tanti. L’allerta comunica l’eventuale impatto al suolo, non è un bollettino meteo: anche un’allerta gialla può quindi essere pericolosissima, come accaduto a Favara lo scorso anno: lì è morta una donna. Ogni sindaco deve conoscere il proprio territorio e sapere che rischio si corre. Può essere più utile chiudere anche una sola strada che si allaga». Cocina passa poi alle chat citate dal presidente di Anci: «Ci sono sindaci che, prima di guardare tutti gli elementi, cominciano a dire “io chiudo tutto”». Ben diversi casi come quello del ciclone Harry: «Lì la comunicazione è stata chiara, un evento così ha spaventato i sindaci. E ha funzionato perché non ci sono state vittime».

Dinamiche meglio spiegate da Amenta: «Solitamente si prende una decisione unanime: raramente, date le interconnessioni tra i vari centri, un Comune resta aperto e un altro chiuso». E fa un esempio: «Prendiamo una scuola superiore che sta in un Comune che non chiude, mentre quelli limitrofi sì. Diventa una situazione molto complessa da gestire. Diciamo che si è ormai smesso di guardare i limiti amministrativi».