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MIGRANTI

La Sea-Watch 5 ferma in rada a Trapani dopo aver “disobbedito”: 57 persone a bordo e una scelta che fa discutere l’Italia

L'imbarcazione della ong ha deciso di non fare rotta sul porto assegnato di Marina di Carrara per stato di necessità”

18 Marzo 2026, 13:25

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La Sea-Watch 5 ferma in rada a Trapani dopo aver “disobbedito”: 57 persone a bordo e una scelta che fa discutere l’Italia

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Una scia di gommoni bianchi spunta tra i pescherecci, l’acqua è grigia di scirocco e sul VHF rimbalzano richiami secchi: “Rimanere in rada”. A poche centinaia di metri dalla diga foranea del porto di Trapani, la sagoma arancione della Sea‑Watch 5 tiene posizione. A bordo, 57 persone attendono un via libera che non arriva. In plancia, l’equipaggio ha già preso la sua decisione: non rispetterà l’ordine di portare i naufraghi a Marina di Carrara, a più di mille chilometri dal punto di soccorso. “Disobbediamo a questo ordine assurdo” – hanno spiegato dalla ONG tedesca – chiedendo formalmente alla Capitaneria di porto di Trapani l’attracco per “stato di necessità”. Ieri, per disposizione del Tribunale per i minorenni di Palermo, 20 minori sono stati trasbordati su una motovedetta della Guardia Costiera al largo di Campobello di Mazara. È un punto di non ritorno nella contesa, tutta italiana, su chi decide dove e quando finisce un salvataggio in mare.

Un braccio di ferro che arriva dopo settimane di carte bollate

La vicenda si innesta su un contesto già rovente. Il 19 febbraio scorso, il Tribunale di Catania ha sospeso un precedente fermo amministrativo della Sea‑Watch 5, inflitto dopo un intervento del 25 gennaio durante il quale la nave aveva soccorso 18 persone, tra cui due bambini, contestandole di non aver informato le autorità libiche. La decisione dei giudici etnei ha consentito all’unità di tornare operativa, accendendo un nuovo scontro politico e istituzionale sulle regole del soccorso civile. Pochi giorni dopo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’intenzione di impugnare le sentenze considerate troppo permissive verso le ONG.

La rotta lunga verso i “porti lontani”: perché Marina di Carrara?

Il punto che la ONG definisce “assurdo” è l’assegnazione di un porto di sbarco in alta Italia dopo un soccorso nel Canale di Sicilia. Non è un caso isolato: nel 2025 la Sea‑Watch 5 ha ricevuto più volte l’indicazione di Marina di Carrara (Toscana) come “porto sicuro”, con sbarchi documentati tra maggio e giugno e persino a dicembre dell’anno precedente. È una prassi che le organizzazioni umanitarie giudicano “punitiva” perché, prolungando il trasferimento, sottrae le navi per giorni alle aree di ricerca e soccorso. Dati e cronache dei mesi scorsi mostrano almeno tre episodi ravvicinati di sbarco o assegnazione a Carrara, con numeri variabili di persone a bordo: 190 a maggio, 53 a giugno, 30 a fine giugno.

“Stato di necessità” e “place of safety”: cosa prevede il diritto del mare

Nel ricorso alla nozione di “stato di necessità” si consuma il conflitto tra due letture del diritto. Da un lato, l’Italia rivendica la facoltà di assegnare porti anche lontani, in base a esigenze di coordinamento e ordine pubblico. Dall’altro, le ONG richiamano gli standard internazionali: la Convenzione Sar di Amburgo, la Solas e soprattutto le linee guida sul trattamento delle persone soccorse, che indicano il dovere degli Stati costieri di garantire uno sbarco in un “place of safety” “entro un tempo ragionevole”, evitando rischi ulteriori per i naufraghi e per l’equipaggio. Non definiscono una distanza massima, ma vincolano le autorità a soluzioni che riducano tempi e pericoli dopo il salvataggio. È su questo crinale che la Sea‑Watch 5 fonda la richiesta di attracco a Trapani, porto vicino e riparato.

I minori prima di tutto: il trasferimento deciso dai giudici

Il trasferimento dei 20 minori disposto dal Tribunale per i minorenni di Palermo chiarisce un principio che i magistrati hanno più volte richiamato nei casi analoghi: la tutela delle persone vulnerabili – minori, donne incinte, malati – non può essere compressa da atti amministrativi. L’ordine di sbarco è stato eseguito dalla Guardia Costiera nelle acque al largo di Campobello di Mazara con un trasbordo dedicato. È il segmento di un’operazione che, in assenza di un attracco immediato, resta monca: a bordo della Sea‑Watch 5 ci sono ancora 57 persone in attesa, da ore.

La giornata in rada: tempi, rischi, responsabilità

Secondo quanto ricostruito, la Sea‑Watch 5 ha mantenuto la posizione in rada davanti al porto trapanese nella mattinata di oggi, formalizzando alla Capitaneria di porto la richiesta di ingresso per motivi di sicurezza e salute a bordo. Tra le criticità segnalate dalle ONG in situazioni analoghe figurano il rapido deterioramento delle condizioni psicofisiche dei naufraghi dopo giorni di navigazione, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di spazi adeguati per famiglie e minori, nonché la difficoltà di assicurare assistenza medica avanzata in mare quando necessario. Già in passato, durante operazioni della stessa ONG, si sono rese indispensabili evacuazioni sanitarie urgenti verso la Sicilia, a riprova che la finestra temporale tra soccorso e sbarco può fare la differenza.

Chi decide davvero il porto di sbarco

In base alle convenzioni internazionali, il coordinamento dei soccorsi è affidato ai Rescue Coordination Centre (RCC) degli Stati costieri; nel Mediterraneo centrale il ruolo chiave è del MRCC Roma. Alle navi di soccorso viene assegnato un porto di sbarco dove completare l’operazione in sicurezza. Le Linee guida IMO chiedono che gli Stati cooperino per individuare una soluzione rapida e ragionevole; in pratica, l’Italia negli ultimi anni ha spesso indicato porti del Centro‑Nord anche per soccorsi avvenuti a sud della Sicilia, una scelta contestata dalle ONG ma difesa dal governo come strumento per distribuire i flussi. La controversia sulla Sea‑Watch 5 ripropone in forma acuta questa frizione istituzionale.

Perché Trapani

Oltre a essere logisticamente vicino, il porto di Trapani dispone di banchine e servizi utilizzati di frequente per gli sbarchi di protezione civile e per operazioni SAR. La consuetudine operativa, la presenza di strutture sanitarie e la rete di accoglienza regionale hanno fatto dello scalo un punto di riferimento nei momenti di picco nel Canale di Sicilia. È qui che la Sea‑Watch 5 chiede di concludere un’operazione iniziata in mare aperto, sostenendo che ogni ora aggiuntiva in rada aggravi inutilmente lo stress a bordo e il rischio operativo.