English Version Translated by Ai
19 marzo 2026 - Aggiornato alle 00:02
×

Le ragioni del Sì

Referendum, Vitale: «Le correnti sono il "cancro della magistratura"»

L'intervista all'avvocato Vincenzo Vitale

18 Marzo 2026, 23:46

23:51

Referendum, Vitale: «Le correnti sono il "cancro della magistratura"»

Seguici su

Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai “tecnici” sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo.
«È assolutamente necessario liberare i giudici dai loro colleghi padroni delle correnti», così Vincenzo Vitale, avvocato, con una lunga esperienza anche nella magistratura, sulla riforma della Giustizia. E aggiunge: «Le correnti, nate a metà degli anni sessanta come aggregazioni di carattere ideale, si sono trasformate nel tempo in autentici partiti politici, finendo col diventare ciò che da vent’anni io definisco “il cancro della magistratura”»

Prima domanda secca: perché votare Sì a questa riforma?
E’ assolutamente necessario votare “si” al referendum, perché è assolutamente necessario liberare i giudici dai loro colleghi padroni delle correnti, il che si traduce subito in un vantaggio per tutti i cittadini, nei termini di una maggiore responsabilizzazione di ciascun giudice nel momento del giudizio. Infatti, l’indipendenza dei giudici – come già denunciava Salvatore Satta (inascoltato) a metà degli anni settanta – va difesa non tanto verso l’esterno, quanto verso l’interno, vale a dire verso le correnti della magistratura. Le correnti, nate a metà degli anni sessanta come aggregazioni di carattere ideale, si sono trasformate nel tempo in autentici partiti politici, finendo col diventare ciò che da vent’anni io definisco “il cancro della magistratura”. Le correnti – che sono semplici associazioni private – comportandosi come veri partiti (e per di più occulti, perché noti solo agli addetti ai lavori) hanno di fatto espropriato il Consiglio Superiore della Magistratura – che è un organismo di carattere pubblico - del suo ruolo e delle sue funzioni, sottoponendo ogni sua deliberazione alla logica della appartenenza politica a questa o a quella corrente. Ne viene che trasferimenti, promozioni, avanzamenti in carriera, assegnazione di posti direttivi (Procuratore capo della Repubblica o Presidente di Tribunale) o semidirettivi (Presidente di sezione di Tribunale o Procuratore Aggiunto), provvedimenti disciplinari ormai da decenni vengono deliberati non in base al merito (o al demerito) oggettivo del singolo magistrato, ma in base alla sua appartenenza ad una corrente. Naturalmente poi accade che, al pari dei partiti veri e propri, le correnti possano allearsi, scontrarsi, patteggiare, sicché a volte un magistrato che vota per il CSM un certo candidato indicato dalla sua corrente possa anche non conoscerlo per nulla e votarlo solo per obbedienza al segretario della corrente. Un tale mercimonio di incarichi e posti (perché purtroppo di questo si tratta) si consuma di solito in trattoria, negli alberghi, in occasione di incontri vari, insomma non nella sede del CSM, al quale non resta poi che ratificare quanto da altri e altrove deliberato. Ecco perché lo slogan per votare “si” potrebbe essere, come ben sanno gli oltre settanta magistrati che si sono esposti in un documento comune a favore della riforma, “liberiamo i magistrati (quelli
veri) dai magistrati! (quelli che trafficano nelle correnti)”.

Lei ha rivestito più ruoli all’interno della magistratura, come giudica l’attuale assetto?
L’attuale assetto dell’ordine giudiziario è quello delineato dalla legge del 1941, che reca la firma di Grandi, noto gerarca del ventennio e che sorprendentemente viene oggi rivalutato dallo schieramento di sinistra il quale, evidentemente pur di andare contro il governo, accetta anche di difendere un copione normativo di origine oggettivamente e storicamente fascista.
Tuttavia, la Costituzione prima e poi il nuovo procedimento accusatorio di stampo liberale (del 1988) esigevano una riforma come quella oggi sottoposta al referendum. Inoltre, il paradigma del “giusto processo”, introdotto all’art. 111 della Costituzione, ove si prevede un giudice che sia “terzo” rispetto alle parti, pretende per semplici ragioni di coerenza e di
razionalità giuridica che il giudice non appartenga alla medesima famiglia di una delle parti, il pubblico ministero, ma che sia equidistante da entrambe. Oggi così purtroppo non è. Né si confonda la “carriera” che oggi si vuole separare con le
“funzioni”. Già da tempo il transito dalla funzione inquirente a quella giudicante (e viceversa) è ridotto ai minimi termini rispetto al passato, ma la carriera è ben altro: infatti, diversificare le carriere vuol dire che giudici e pubblici ministeri affronteranno due concorsi diversi, avranno diversi percorsi professionali e soprattutto due differenti Consigli Superiori. Questo condurrà per forza di cose alla fine della “influenza” che il pubblico ministero ancora esercita sui giudici, perché questi non avranno più nulla da condividere con quello. Si pensi che oggi il 98% delle richieste avanzate al Giudice delle indagini preliminari dal pubblico ministero viene accolta: il giudice è quasi un “passacarte”. E questa abnormità provoca un ingolfamento del carico processuale e un allungamento della durata di tutti i processi. Se invece, come sarebbe naturale, almeno un terzo delle richieste venisse rigettato, i processi portati in dibattimento sarebbero assai di meno e i tempi molto più contenuti. La riforma serve dunque anche a velocizzare la durata dei procedimenti. Perché dico “influenza” del pubblico ministero? Perché ad esempio può capitare – e capita – che, alle 10 del mattino, il pubblico ministero d’udienza inoltri al giudice del dibattimento una richiesta (qualunque essa sia) e che poi alle 18 dello stesso giorno vada a comporre il Consiglio Giudiziario (che è l’articolazione periferica del CSM) dove dovrà valutare a sua volta una richiesta (trasferimento, promozione ecc..) avanzata dal medesimo giudice: quest’ultimo, che ben conosce questo particolare, sarà davvero libero di decidere, magari rigettandola, sulla richiesta che gli viene dal pubblico ministero? Forse si, ma forse no. Ecco, la separazione delle carriere – facendo sì che pubblico ministero e giudice appartengano a carriere diverse – garantisce la piena libertà del giudice nel decidere. Inoltre, il giudice deve verificare l’ipotesi accusatoria, cioè “controllare” l’operato del pubblico ministero: è immaginabile che controllore e controllato abitino sotto il medesimo tetto? Solo pensarlo suscita il sorriso.

L’Anm ritiene questa proposta di riforma pericolosa per il mantenimento dell’indipendenza della magistratura. Come valuta quest’ipotesi?
Come si vede, molte ragioni militano a favore della separazione delle carriere. In senso contrario, vedo solo molta demagogia populista come quando si dice che il pubblico ministero sarebbe sottoposto all’esecutivo: non se ne trova traccia alcuna nel testo della riforma, anzi: per la prima volta l’indipendenza del pubblico ministero viene garantita a livello costituzionale, cosa che oggi non è. Siamo di fronte evidentemente a semplici slogan di carattere retorico con finalità populiste e con effetto di disinformazione sulla vera portata della riforma, il che rappresenta il solo appiglio che i suoi oppositori possono utilizzare per occultarne la verità, ma a scapito di tutti noi. Inviterei dunque tutti costoro a riflettere sulla enorme responsabilità politica, etica e storica che si assumono in tal modo: occultano la verità della riforma, pur di indurre gli ignari elettori a schierarsi contro il governo, ma senza sapere perché. Chiariamo allora che la riformadiminuisce di molto la “presa” della politica su tutta la magistratura sia perché svincola il giudice da indebite influenze, come visto sopra, sia soprattutto perché recide, attraverso il sorteggio, il cordone ombelicale – tutto “politico” - che lega i magistrati elettori ai colleghi eletti al CSM: questi oggi vengono eletti su liste contrapposte preparate dalle varie correnti, esattamente come fanno i partiti politici. Va anche detto che il CSM – al contrario di ciò che ripetono molti, anche fra i magistrati – non è un organo di alta amministrazione degli stessi, ma soltanto un organo di alta amministrazione: gli eletti non rappresentano nessuno, ma devono solo deliberare su trasferimenti, promozioni ecc. Questa non rappresentatività del CSM è stata già definitivamente chiarita dalla sentenza n. 142 del 1973 della Corte Costituzionale, redatta da Vezio Crisafulli, grande costituzionalista e peraltro di simpatie progressiste, ma forse molti lo hanno dimenticato ed è bene allora ricordarlo.


La separazione garantirà (scusi il gioco di parole) più garanzie nel processo? La terzietà del giudice fino a oggi quindi non c’è stata?

Trovo comico che da molti si dica che la riforma non risolve i problemi della giustizia, che sono altri. Verissimo. Tuttavia, è come se mi rifiutassi di andare dal dentista mentre ho mal di denti, perché il dentista non mi darà alcuna terapia per il mio mal di fegato… Endemico male quello tutto italiano del “ben-altrismo”, quando viene paralizzata ogni iniziativa col pretesto che “ben altri” sarebbero i problemi da affrontare: col risultato scontato di non affrontarne nessuno: né quello né questi.
Guardandosi dunque da questo pernicioso “ben-altrismo”, va detto che la separazione delle carriere metterà il giudice nelle condizioni migliori per decidere serenamente, quale terzo imparziale e che ciò andrà a diretto beneficio di tutti gli esseri umani che dovessero attendere la decisione di un Tribunale. Questa terzietà da tempo viene pericolosamente insidiata proprio dalla politicizzazione del CSM, minato dall’interno dalle nefandezze delle correnti politiche che ne corrodono l’anima e che si
riflettono direttamente sulle carriere dei giudici. Sono gli stessi magistrati ad affermarlo a più riprese. Per esempio, Giacomo Rocchi, Presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, ha affermato che la riforma garantisce l’autorevolezza del giudice e la sua imparzialità, presupposti essenziali per una sentenza giusta. E molti altri magistrati con lui (oltre sessanta): vi pare poco?


Sorteggio: il vaccino per il correntismo?

Il sorteggio rappresenta l’unico rimedio per impedire che l’eletto al CSM si senta in dovere di rispondere del proprio operato ai propri elettori, come da sempre accade, in spregio alle più elementari ragioni della giustizia. Non si tratta di un vaccino, ma di una resecazione chirurgica che sarà benefica per la gran massa dei magistrati che non aspetta altro che di essere liberata dalla pesante ipoteca politica delle correnti e dolorosa soltanto per quei tre o quattrocento magistrati che ne governano l’azione politica, perché perderanno il loro potere di condizionamento sui colleghi: ed è per questo motivo che oggi sono così contrari alla riforma. Tutti gli altri tacciono: molti per quieto vivere, altri perché attendono che arrivi qualcosa (un trasferimento o una promozione), altri ancora perché temono conseguenze negative di vario genere. Tuttavia, si ricordi che molte decine di magistrati si sono dichiarati pubblicamente per la riforma. In ogni caso, va ricordato che il sorteggio nell’Atene del V secolo a.C. era il modo normale per eleggere i magistrati. Non solo. Nel nostro ordinamento, il sorteggio ha già da decenni piena cittadinanza. I giudici popolari della Corte d’Assise (che giudica su reati gravi e gravissimi, potendo anche irrogare la pena dell’ergastolo) sono da sempre sorteggiati; il Tribunale dei Ministri che giudica dei reati ministeriali viene periodicamente sorteggiato; i giudici popolari che vanno ad integrare la Corte Costituzionale, nel caso di giudizio per alto tradimento del Capo dello Stato, sono sorteggiati. Questo per rispondere alla critica secondo cui il sorteggio sarebbe una modalità avvilente per i magistrati. Non lo è se sono sorteggiati perfino coloro che possono irrogare la pena dell’ergastolo ad un proprio simile in Corte d’Assise. Né si dica che il sorteggio andrebbe a pescare a casaccio fra i sorteggiabili, perché si tratta sempre di magistrati e non di passanti scelti a caso: e se i magistrati possono decidere della nostra vita e dei nostri beni, possono anche decidere un trasferimento di un collega da Frosinone a Pescara, senza sentirsene frastornati. Il sorteggio è previsto peraltro sia per i due Consigli Superiori, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici, sia per l’Alta Corte disciplinare, organo di nuova istituzione. È in proposito divertente notare come a pagina 30 del programma elettorale del PD per le ultime elezioni del 2022 fosse prevista una revisione costituzionale per introdurre una Alta Corte Disciplinare per giudicare degli illeciti disciplinari dei magistrati e, in più, della contestazione delle nomine (con una competenza perciò maggiore di quella prevista dalla attuale riforma). Tuttavia, oggi il PD (ma non per intero e non tutti i suoi elettori) si oppone all’Alta Corte: come dire che la stessa riforma se proposta da me è sacrosanta, mentre se è proposta da te è da bocciare: raro esempio, questo, di coerenza politica… Era ora che il CSM fosse spogliato della funzione disciplinare. A leggerne i verbali, purtroppo, c’è da vergognarsi. Magistrati che dimenticano di scarcerare indagati in attesa di giudizio, tenendoli sequestrati senza titolo oltre il termine fissato dalla legge per 210 giorni; per 49 giorni; per 34 giorni. E che, condannati ad una semplice censura – un buffetto sulla guancia – progrediscono in carriera come nulla fosse, il che mi appare raccapricciante per la scarsissima rilevanza che il CSM riserva alla libertà personale: praticamente zero, il che mette i brividi. Esseri umani detenuti senza titolo a decine e decine senza che nessun provvedimento serio venga adottato per reprimere questo gravissimo malcostume: tutti i magistrati colpevoli ne escono indenni, perché – come si suol dire – "cane non morde cane". Basterebbe questo per sopprimere immediatamente la sezione disciplinare e l’intero CSM per indegnità, a causa delle perversioni correntizie che proteggono reciprocamente i propri adepti. Di fronte a queste ferite impunemente inferte all’umanità, il magistrato che picchia la moglie o che si droga di cocaina o che falsifica i verbali di una testimonianza sembra soltanto un dettaglio. E tuttavia non lo è. A questo serve il sorteggio, a rendere immune il sorteggiato dal dover rendere conto a chi lo abbia scelto: la sorte e non la corrente che lo ha eletto. L’Alta Corte è sempre peraltro costituita per due terzi da magistrati e per un terzo da non magistrati e questi sorteggiati da un bacino di sorteggiabili eletti dal Parlamento in seduta comune con una maggioranza di tre quinti: il che esige che anche le opposizioni siano coinvolte, oltre qualunque maggioranza. Spero entri presto in funzione per spodestare questo CSM che dovrebbe vergognarsi per quelle deliberazioni assunte e che rendono impunibili i magistrati colpevoli di aver privato della libertà personale dei poveracci senza una ragione legale: un sequestro di Stato.

Come valuta i toni della campagna referendaria?

I toni sono stati molto tesi e spesso oltre il limite. Ha contribuito forse il fatto che i contrari alla riforma, per impedire alla gente di pensare seriamente il contenuto del quesito referendario, hanno preferito fare del referendum un sondaggio pro o contro il governo: con tutte le conseguenze del caso. Gli insulti, le insinuazioni, le accuse, le irrisioni consumate si commentano da se, testimoniando un livello di educazione inesistente nel dibattito pubblico, assente peraltro anche spesso nel linguaggio privato. Insomma, il livello culturale e di sensibilità personale oggi è davvero ai minimi termini. Non resta che prenderne atto, ricordando con nostalgia figure passate di magistrati di animo nobile, intrisi di cultura elevata, amanti della musica e delle arti, preoccupati della missione loro affidata e che giudicavano "con timore e tremore". Anche oggi ce ne sono per fortuna, ma tacciono perché oppressi dalle contese politiche delle correnti che ne possono pregiudicare la carriera: è giunta l'ora di liberarli. Anche perché la loro liberazione è anche la nostra.