Le ragioni del No
Referendum, Cariola: «La separazione delle carriere in magistratura è un bluff vero e proprio»
Intervista al professore di Diritto Costituzionale e Pubblico dell'Università di Catania
Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai “tecnici” sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo.
«A chi ha scritto la riforma interessa mettere le mani sullo snodo delle nomine, dal quale dipende tutta l’organizzazione e l’attività del sistema giustizia. E lo si fa mantenendo la forte legittimazione della componente politica sempre più allineata ai partiti di riferimento, ed indebolendo invece la componente dei magistrati», così Agatino Cariola, professore di Diritto Costituzionale e Pubblico all'Università di Catania sulla riforma della Giustizia.
Professore, la prima domanda è la più diretta: perché votare No a questa riforma?
Si sono accavallate tante narrazioni su questa riforma: che essa renderà efficiente la giustizia, che garantirà decisioni migliori, che sarà più facile punire i magistrati che sbagliano, che consoliderà l’indipendenza dei magistrati, addirittura che attuerebbe la Costituzione del 1948. Poi si va a vedere il suo contenuto ed è tutt’altro. Se per separazione delle carriere intendiamo che non è possibile transitare dall’ufficio di pubblico ministero a quello di giudicante (la direzione contraria non desta problemi), ci si accorge che tale passaggio è stato reso difficile già dal 2006 e reso ancora più arduo dal 2022; che, allora, la separazione delle carriere è un bluff vero e proprio. Cosa comporterebbe sul processo ordinario che ci saranno due CSM, uno per i giudicanti ed uno per i pubblici ministeri? Questi ultimi chiederanno lo stesso al giudice arresti e sequestri ovvero condanne, ed i giudicanti continueranno a decidere dopo aver ascoltato anche gli avvocati delle parti. Che il tasso di assoluzioni attorno al 40% (ma lo stesso sarebbe se fosse in altra percentuale) risulta ad un occhio un po’ sereno del tutto fisiologico. Il pubblico ministero dispone dei risultati delle indagini di polizia, carabinieri e guardia di finanza e più sono accurate tali indagini, più le sue richieste al giudicante sono fondate. E nessuno pensa di limitare i poteri di indagini delle Forze dell’ordine, anzi tutt’altro. Che pubblici ministeri e giudicanti escano dallo stesso concorso cosa importa? Entrambi debbono sapere di diritto ed il laureato bravo di giurisprudenza partecipa a tutti i concorsi (magistratura, avvocatura dello Stato, banca d’Italia, prefettura, ecc.) e continuerà a farlo. Che facciamo: istituiamo corsi di laurea diversi per pm e giudici in maniera che non frequentino gli stessi banchi all’università? Il fatto è che la riforma non ha niente a che vedere con l’efficienza del servizio giustizia da rendere ai cittadini, ma ha come obiettivo quello di lanciare un segnale tutto politico ai magistrati di non intralciare l’azione della politica. Chi governa non vuole controllo e controllori. Ecco perché ogni possibile errore giudiziario (a partire dalla scarcerazione di un extracomunitario accusato di delitti) viene propagandato come esempio di malagiustizia cui occorre porre rimedio. Solo che la riforma non tratta di questo. Basterebbe impugnare le sentenze sbagliate o cambiare le leggi da applicare. Invece, la tesi propagandata ai cittadini è che i giudici boicottano l’azione della maggioranza uscita dalle urne, cioè del Governo in carica, il quale, se potesse essere libero, assicurerebbe a tutti “magnifiche sorti e progressive”. Al fondo vi è la convinzione che chi vince le elezioni, vinca tutto e non sono tollerabili intralci, da chiunque provengano. Ma il diritto costituzionale è nato con il principio di separazione dei poteri. Chi vince le elezioni è l’inquilino della casa comune e non può mutare da solo pilastri ed architravi.
Quali sono gli elementi che più la preoccupano della proposta referendaria?
La riforma politicizza ancora di più la magistratura, che è l’intento voluto attraverso lo snodo delle nomine. Tanto poco importa separare pubblici ministeri e giudicanti che in sede disciplinare gli stessi sono sottoposti ad un unico organo, la cd Alta Corte (ed ancora sono alla ricerca di quella … bassa!). Che la giustizia disciplinare a carico di tutti i magistrati (giudicanti e pubblici ministeri) funzioni poco sarà pure vero, ma la … colpa è del Ministro della giustizia che non la esercita, cioè non chiede la condanna dei magistrati pigri e non impugna le decisioni di archiviazione e/o di assoluzione della Sezione disciplinare dell’attuale CSM. Niente assicura che in futuro sarebbe diverso. In fondo, la giustizia disciplinare non interessa ai politici.
La volontà è invece quella di intervenire sulle nomine. E lo si fa con il meccanismo di composizione dei due CSM: quelli di estrazione politici (professori ed avvocati) continueranno ad essere eletti dal Parlamento in un elenco dal quale estrarre i componenti dei CSM; i magistrati invece estratti a sorte in maniera secca. Oggi la nomina di un presidente di tribunale o di un procuratore capo è fatta da un Consiglio superiore dove siedono magistrati eletti e, quindi, dotati di legittimazione rappresentativa e politici legati ai partiti ed eletti dal Parlamento. Magistrati estratti a sorte sarebbero privi di forza nei confronti dei componenti politici e, quindi, la scelta di chi nominare procuratore capo a Catania o a Roma o a Belluno sarebbe fatta con maggior intensità dai politici. Si sposta l’asse della decisione verso la politica, che è interessata soprattutto agli uffici di procuratori capo, i quali dal 2006 sono al vertice gerarchico della struttura.. Non solo: magistrati capitati per caso sarebbero ben “ricattabili” dal Governo in carica con la prospettiva di incarichi al Ministero. Debbo insistere sul punto. Oggi molti magistrati sono in servizio al Ministero e presso altre istituzioni politiche. Perché sono bravi ed hanno vinto un concorso? No, solo perché conoscono qualche politico che li sceglie ad personam. Se ho da fare una critica all’Associazione nazionale magistrati, è quella che in questo referendum ha agito solo a difesa dell’esistente e non ha posto in evidenza il problema grave in questo Paese di magistrati che svolgono gran parte della loro carriera presso organi politici e di quelli, specie i magistrati amministrativi, che scrivono le leggi negli uffici legislativi dei ministeri, adottano atti nei gabinetti ministeriali e, poi, decidono sui provvedimenti redatti dai colleghi. Così come non si dice nulla sul fatto che la pretesa riforma non incide sulle altre magistrature: amministrativa, contabile, tributaria, militare, che rimangono con i rispettivi organi di autogoverno. Inutile opporre che tutto ciò è regolato da leggi ordinarie: una volta che si cambia la Costituzione, era l’ora di portare ordine ad un sistema che si è sviluppato per sovrapposizioni sempre più grigie nel corso degli anni. Sono un inguaribile conservatore e ricordo netta la lezione di Montesquieu sul principio di separazione dei poteri. La magistratura ordinaria è l’unica ad essere toccata dalla riforma: avrebbe potuto essere più decisa nel coinvolgere le magistrature amministrative in una vicenda che è di tutela dei diritti di libertà dei cittadini nei confronti del potere pubblico, e che allora comprende anche quegli assetti. Sapete cosa ha deciso il CSM nell’attuale composizione dove è prevalente la componente di destra? Ha stabilito che nei concorsi a capi ufficio siano da valutare anche le esperienze maturate fuori dalla magistratura, cioè gli incarichi svolti presso i ministeri o il parlamento. Quindi, se io, magistrato, conosco un politico che mi fa nominare consulente in una commissione al parlamento o mi fa assegnare uno scranno al ministero, poi quando si deciderà sul posto di procuratore capo a Brescia o a Salerno prevarrò sul collega che non conosce nessuno e che ha continuato nel frattempo a svolgere indagini sul territorio o a decidere cause. Trovo tutto questo inammissibile e mi arrabbio che la magistratura associata non abbia colto l’occasione per informare di ciò i cittadini e per dire: “ridiscutiamo tutto, riscopriamo Montesquieu”.
La separazione delle carriere mette a repentaglio l'autonomia della magistratura?
Ne sono assai preoccupato. A chi ha scritto la riforma interessa mettere le mani sullo snodo delle nomine, dal quale dipende tutta l’organizzazione e l’attività del sistema giustizia. E lo si fa mantenendo la forte legittimazione della componente politica sempre più allineata ai partiti di riferimento, ed indebolendo invece la componente dei magistrati. Avere dalla propria parte il procuratore di Roma, che è l’ufficio competente sui reati commessi nei ministeri statali, o quello di Perugia, competente sui reati dei magistrati romani, è l’obiettivo della legge. Faccio una scommessa con il Direttore di questo giornale: decida lui la posta. Se passerà il “si”, come è probabile con l’ingresso a gamba tesa degli esponenti di governo nella campagna referendaria, l’indomani si deciderà che i membri di estrazione parlamentare saranno eletti a maggioranza semplice, cioè dalla sola maggioranza parlamentare ossia quella governativa. E si escluderà del tutto che contro le decisioni disciplinari si possa ricorrere in Cassazione, come avviene invece per tutti gli altri professionisti (avvocati, medici, ingegneri).
Questa riforma servirà davvero a fermare le derive del correntismo?
Appartengo ad una cultura di impronta pluralista, ritengo cioè che vada valorizzata la diversità di opinioni e di appartenenze. Le correnti in magistratura sono espressione del pluralismo sociale, ideologico, culturale. Sono gli omologhi dei partiti e dei sindacati. Ed in una democrazia non può pensarsi ad un partito o a un sindacato unico. Poi, come la partitocrazia è il cancro del pluralismo politico (a capo di una impresa pubblica o in un’istituzione di garanzia si manda quasi a premiarlo l’ultimo sostenitore del partito, malgrado sia incapace), la correntocrazia è il male della magistratura (come dell’università o della sanità). La vicenda Palamara è da monito a non ripetere, a che non accada più, sebbene quella vicenda mostri proprio il coinvolgimento di politici e magistrati per la nomina a procuratore di Roma. Epperò, nessuno pensa di abolire i partiti oppure di non eleggere più sindaci, presidenti di regione e parlamentari ed individuarli tramite il sorteggio. Tutti i cittadini della Repubblica sono eguali e tutti possono votare secondo la logica ‘uno vale uno’: perché non sorteggiare tra essi il Presidente della Repubblica o il Capo del Governo? Il sorteggio di cui parlava Aristotile era tra pochi possidenti i quali godevano tutti di
ricchezza e partecipavano con effettività alla vita pubblica. Di recente chi ha ripreso la tesi del sorteggio lo ha fatto sulla base dell’argomento che molte decisioni hanno un contenuto tecnico ed allora la componente politica può essere ridotta. Appunto in ossequio al principio che esalta la dimensione tecnica. In realtà nessuno pensa di rivolgersi ad un medico o anche ad un avvocato alla stregua di un sorteggio tra professionisti tutti abilitati a svolgere il lavoro. Sono un pluralista ed allora le degenerazioni della politica come della magistratura vanno combattute a mezzo di ulteriore pluralismo e di una critica pubblica effettiva. Invece, appena qualcuno viene eletto a qualche incarico, avviene un fenomeno di incensazione impensabile in una democrazia critica. E qui si ritorna al funzionamento di una società democratica, che richiede diffusa istruzione di alto livello,
informazione libera, capacità di giornalisti e di educatori, ad iniziare da noi professori, di stare con la schiena dritta davanti al potere, ad ogni potere.
Come reputa i toni di questa campagna referendaria?
Che i toni siano trasmodati lo ha dovuto riconoscere il Presidente della Repubblica, che per la prima volta in 11 anni presente davanti il CSM ha detto che le decisioni di questo organo possono essere sì criticate, ma le istituzioni si debbono rispettare, specie da parte delle altre istituzioni. Il punto è questo: chi esercita funzioni pubbliche non è lo stesso del privato cittadino che … fa chiacchere da bar! Invece, da tempo nel nostro Paese chi svolge ruoli pubblici, specie di governo, cambia giacca di continuo: alcune volte pretende di essere considerato un comune cittadino, che può dire tutto; altre volte accampa di essere un pubblico ufficiale e di rappresentare le istituzioni, ed allora assume che ogni critica si traduca in biasimo alle istituzioni. Eppure, l’art. 54 Cost. esprime una regola di buon senso, e cioè che chi esercita funzioni pubbliche lo faccia con disciplina ed onore. Già l’onore: una nozione che non può essere tirata fuori solo a fini revanscisti.
Era davvero necessario toccare la Costituzione per avere una giustizia più giusta?
Al fine di politicizzare ancora di più la magistratura era necessario intervenire sulla Costituzione per prevedere il sorteggio dei componenti dei CSM di estrazione magistratuale. Se lo scopo fosse stato solo quello di ‘allontanare’ ancora di più rispetto alle riforme del 2006 e del 2922, sotto il profilo organizzativo potevano farsi molte cose con legge ordinaria: istituire due sezioni del CSM, una per i giudici e l’altra per pubblici ministeri; ampliare le fattispecie di responsabilità disciplinare dei magistrati e le competenze del Ministro della giustizia; precisare i criteri di nomina dei capi degli uffici, presidenti e procuratori capo. Ma non era nell’obiettivo della riforma. Mi si consenta di fare un’ulteriore notazione: ai magistrati occorrerebbe far seguire anche corsi di organizzazione del lavoro proprio e dei loro collaboratori, cancellieri e personale dell’ufficio del processo. Una cosa è conoscere il diritto, altro organizzare un ufficio ed un ruolo. Da avvocato debbo constatare inefficienze organizzative per le quali nessuno è responsabile. Sembra però che il funzionamento del servizio giustizia non interessi a nessuno.