il caso
Referendum, ad Agrigento scontro tra avvocati sul manifesto per il Sì della Camera Penale
Polemica tra accuse di allarmismo, equivoci sulla rappresentanza degli avvocati e richiesta all'Ordine di dissociarsi
E' scontro ad Agrigento nel mondo dell'avvocatura in vista del referendum del 22 e 23 marzo. Al centro della controversia c’è una comunicazione diffusa dalla Camera Penale di Agrigento “Giuseppe Grillo”, che ha provocato la dura reazione di alcuni professionisti e una formale richiesta ai vertici dell’Ordine degli Avvocati di prendere le distanze.
Il manifesto che ha acceso la polemica è stato un post pubblicato dalla Camera Penale in vista della consultazione. Il messaggio si rivolge direttamente ai cittadini con toni giudicati da più parti eccessivamente allarmistici: "Ci auguriamo che tu non debba mai finire nelle maglie della giustizia". Il testo prosegue delineando un quadro inquietante: "Qualora ciò succedesse, ti dovrai rivolgere ad un avvocato e non certo al Pubblico Ministero che ti accusa, né ad un Giudice che fa parte della stessa famiglia di chi ti accusa". La chiusura è un invito esplicito: "Per tale ragione gli avvocati ti chiedono di votare SI’".
La reazione da parte di molti avvocati agrigentini, al momento si limita ai social. Dubbi sono stati espressi pubblicamente da Salvatore Pennica (che pubblicamente ha affermato di essere per il sì, ma che ha espresso dubbi sul documento) ma anche Pierluigi Cappello, Giuseppe Nicoletti e Giuseppe Glicerio. Ma c'è chi come Antonino Catania ha deciso di scrivere all’Ordine degli Avvocati. Una PEC alla presidente dell’Ordine degli Avvocati di Agrigento, Vincenza Gaziano nella quale solleva rilievi di metodo e di merito, denunciando il rischio di diffondere un’informazione fuorviante.
Intanto c'è l’equivoco sulla rappresentanza e cioè l’uso indistinto dell’espressione “gli avvocati”. Nel manifesto non si precisa che a promuovere il “Sì” siano i penalisti o gli iscritti alla Camera Penale, lasciando intendere un’adesione compatta dell’intera categoria. Secondo Antonino Catania ciò "è idoneo a generare un equivoco sulla reale estensione del consenso", motivo per cui chiede all’Ordine di dissociarsi pubblicamente da una formulazione ritenuta ingannevole.
Ma Catania censura anche la scelta di rappresentare la giustizia come una minaccia e il processo penale come un "contesto intrinsecamente ostile e privo di adeguate garanzie". Evocare un giudice "appartenente alla stessa famiglia di chi accusa" – osserva – ignora le garanzie di indipendenza previste dall’ordinamento e rischia di alimentare una "sfiducia istituzionale fondata su presupposti distorti". E secondo l’avvocato licatese ci sono anche possibili profili disciplinari: insinuare dubbi sull’imparzialità della funzione giudicante attraverso formule allusive significherebbe muoversi in un’area "deontologicamente sensibile", travalicando i limiti della "continenza espressiva e del rispetto dovuto alle istituzioni".