il caso
A Canicattì, il paese di Livatino e Saetta, il No al 60%
Nella città dei due martiri della magistratura un risultato simbolico e significativo
Il verdetto elettorale è definitivo e reca con sé un valore simbolico: a Canicattì, città che ha dato i natali e ha custodito il sacrificio dei magistrati Rosario Livatino e Antonino Saetta, gli elettori hanno espresso una scelta netta. Al referendum sulla riforma della giustizia ha prevalso nettamente e contro ogni previsione il “NO”, con un margine vicino ai venti punti percentuali sul fronte favorevole.
I dati ufficiali dopo lo scrutinio di tutte le 36 sezioni, delineano un quadro inequivocabile. I contrari alla riforma hanno totalizzato 6.457 voti, pari al 59,87%. Il “SÌ” si è fermato a 4.328 preferenze, corrispondenti al 40,13%.
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Non si tratta soltanto di un esito numerico: è il segnale che giunge da un territorio che ha pagato un prezzo altissimo in nome della legalità, della giustizia e dell’autonomia della magistratura. Rilevante anche la partecipazione: sui 26.215 aventi diritto, hanno votato in 10.862, per un’affluenza del 41,43%, un dato di gran lunga superiore a tutti i referendum recenti.
Canicattì non è un luogo qualunque quando si discute di giudici e magistratura. Qui vissero figure centrali della lotta a Cosa Nostra: Antonino Saetta, presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, ucciso nel 1988 insieme al figlio Stefano, e il “giudice ragazzino” Rosario Livatino, assassinato nel 1990 e oggi Beato della Chiesa cattolica. Entrambi incarnano l’idea di una magistratura libera, integerrima e fedele alla Costituzione.