L’inchiesta di Palermo
«Nel nome di Iacolino»: Le relazioni pericolose con l’ombra massonica
Il boss favarese ha potuto contare sulla spinta del burocrate per contattare un vertice della sanità messinese Poi l’indagine interna sulle logge: «Ma è un fratello nostro?»
A un certo punto il boss favarese Carmelo Vetro svolge un’indagine interna per scoprire se uno dei manager della sanità che gli era stato segnalato dal dirigente Salvatore Iacolino potesse essere un “fratello massone”. Per Vetro ci sarebbe stato un duplice binario, una delle logge e uno delle raccomandazioni politiche, che avrebbe potuto accelerare i suoi obiettivi. Leciti o meno in questo caso è ancora presto per dirlo. Saranno le indagini della procura di Palermo ancora aperte a definire la tipologia delle relazioni pericolose “appaltate” da Iacolino.
La vicenda che si intreccia con i compassi e i grembiulini massonici è quella dell’orami famoso accreditamento sanitario dell’Arcobaleno riferibile a Giovanni Aveni, l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto che attende di conoscere il suo destino giudiziario. In una prima fase si prova a coinvolgere direttamente il Dg dell’Asp di Messina nella risoluzione dell’iter, ma dopo una serie di tentativi non andati proprio come sperato, Vetro tornava a bussare (anzi a telefonare) all’ex manager regionale Iacolino. Che a un certo punto decide di fornire un altro nominativo: Giancarlo Niutta che è il direttore amministrativo dell’azienda sanitaria provinciale di Messina. Alcuni giorni fa il dirigente è stato convocato dai pm di Palermo che stanno indagando su questo intreccio mafia, istituzioni e massoneria. «Chiamalo lunedì a mio nome», gli scrive Iacolino a Vetro. Il nominativo pare non essere molto gradito ad Aveni, ma il boss favarese va avanti. Quel nome gli suggerisce una suggestione mafiosa e comincia a fare delle ricerche. E così recepisce delle informazioni che gli darebbero certezza sull’appartenenza massonica di Niutta. Una «chiave di volta - annotano gli investigatori - che Vetro avrebbe sfruttato a suo favore».
Vetro parla con i suoi familiari di questa novità. Ed è anche in quell’occasione che ipotizza di voler corrompere Iacolino con una mazzetta. Ma nelle carte messe sul tavolo della procura, e ora a disposizione delle difese, c’è evidenziato il rifiuto del burocrate indagato ad accettare una tangente. Un diniego che per gli avvocati di Iacolino sono la prova della sua innocenza. Ma torniamo al capitolo massoneria. Iacolino, dice Vetro, sarebbe «mischiato con un altro fratello, che è il dirigente Asp». «Ma è fratello nostro», esulta.
Vetro cerca di avere certezza però sull’iscrizione del manager sanitario a una loggia. E a questo fine si incontrava con un architetto per avere contezza dell’obbedienza di Niutta. Il professionista chiede informazioni a una donna appartenente a una confraternita. «Appena mi dice qualcosa ti faccio sapere», dice l’architetto. E infatti appena riceve la risposta («Mi hanno riferito Goi») manda lo screen della chat a Vetro.
Il primo novembre, in modo inaspettato, il boss favarese scrive a Niutta su WhatsApp e cominciano a darsi del tu. Una confidenza che per i poliziotti e la Dia può essere solo spiegata da un contatto precedente. Al manager messinese a un certo punto pare venire un dubbio: «Perdonami ma il mio numero chi te lo ha dato». Vetro risponde: «Me lo aveva girato l’onorevole lacolino». E immediatamente avverte il manager che ha speso il suo «nome». Iacolino pare non avere problemi: «Certo». Un intreccio che potrebbe aprire nuovi filoni (investigativi) anche in quel di Messina.
