Il caso ad avola
Fu licenziato con un messaggio su WhatsApp: il giudice del lavoro lo riammette
La decisione del Tribunale di Siracusa: i messaggi sulla App troppo ambigui, provvedimento dichiarato inesistente; reintegro e arretrati per un 65enne di Avola
Si è ritrovato fuori dall’azienda, con il rapporto di lavoro interrotto non da una lettera raccomandata, ma da un messaggio su WhatsApp. È quello che è successo a un lavoratore avolese di 65 anni, protagonista di un caso con molte implicazioni legali. Il Tribunale di Siracusa, con la sentenza n. 1389/2025, ha analizzato il caso dell'uomo, estromesso dall'azienda dopo uno scambio di messaggi digitali.
Il punto focale non è stato lo strumento usato (la giurisprudenza ormai ammette WhatsApp come mezzo di notifica), ma il contenuto. Secondo il giudice, nei messaggi inviati al dipendente, mancava una «manifestazione inequivoca» di voler licenziare. Comunicazioni troppo generiche e ambigue per avere valore legale. Il verdetto: il licenziamento non esiste. Il Tribunale ha sancito l'inesistenza giuridica dell’atto, dunque il rapporto di lavoro non si è mai interrotto legalmente. La società è ora tenuta alla reintegra immediata del lavoratore; al pagamento di tutte le mensilità arretrate, contributi e spese legali.
Come sottolinea dal difensore del lavoratore, Paolo Sirugo, «la decisione è un monito contro i “licenziamenti di fatto”: se il datore vuole recedere dal contratto, deve farlo con un'espressione chiara, precisa e non equivocabile. La tecnologia corre, ma le garanzie contro l'informalità restano un pilastro del nostro ordinamento, il diritto al lavoro richiede ancora parole chiare e atti certi».