La ricostruzione
Frana di Niscemi, ecco la relazione che fa emergere trent'anni di inadempienze tecnico-amministrative
Sulla stessa lunghezza d'onda il documento dopo il mega evento dello scorso 25 gennaio
Cosa non è stato fatto dopo la frana del 12 ottobre del 1997 a Niscemi, quali erano le indicazioni dagli ingegneri al commissario straordinario, dove sono finiti gran parte dei 180 miliardi di lire che erano stati stanziati. Poco o nulla per Niscemi visto che le somme dell’ultima fase di quegli interventi è giunta alla vigilia dello scorso Natale.
Dopo sessanta giorni dalla più grande frana d’Europa - lunga 4 chilometri che ha spostato 350 milioni di metri cubi di terra - è il tempo della verifica tecnica e giudiziaria perché la procura di Gela vuole vederci chiaro dopo aver aperto un fascicolo, al momento senza indagati, per disastro colposo e danneggiamento a seguito della frana. Una indagine tecnico-burocratica con un pool di esperti dell’Università di Palermo che devono analizzare i documenti tecnici per rilevare le incongruenze del tempo. Così in via Giovanni Falcone a Gela c’è chi sorride: magistrati che si trasformano in geologi e ingegneri per comprendere il linguaggio tecnico e ingegneri e geologi che non hanno la toga ma iniziano a comprendere il linguaggio giudiziario. In questo spartiacque, tra interrogatori e documenti acquisiti, le comunicazioni sono frequenti e nulla viene tralasciato. Ma riavvolgiamo il nastro alla fine del 1997 quando il quartiere Sante Croci è crollato nel vuoto. L’ingegnere Guido Umiltà faceva parte del Cts (presieduto da Enzo Liguori, componente anche il defunto vulcanologo Letterio Villari) nominato dalla protezione civile nazionale per redigere una relazione di intervento su quanto doveva essere fatto nel breve e nel lungo termine. Un documento che ora ha il gusto aspro dell’inadempienza politica-tecnica di un’isola che non riesce a programmare neanche quando c’è da tutelare la salute dei propri cittadini. Un ampio progetto in cui vengono indicate le sei priorità.
Preliminare e urgente derivazione delle acque rilasciate del vecchio - a quel tempo in disuso - ubicato nel corpo della frana, mediante una condotta fuori terra (quindi riparabile) poggiata su supporti del diametro di 300 mm; galleria di derivazione delle acque bianche che scaricavano nel torrente Benefizio verso il vallone Vallepozzo. La galleria del diametro di circa 3 metri porta all’interno una condotta di derivazione delle acque nera da trattare con impianto allo sbocco; sistemazione del torrente Benefizio mediante versamento sul fondo di terreno proveniente: in parte dalla sagomatura delle pareti necessari per raggiungere condizioni di sicurezza al momento non esistenti per la presenza di pareti sub-verticali, in parte dai materiali di scavo della galleria. Un lavoro, mai effettuato, che doveva servire «per evitare che acque superficiali ricadenti a valle dell’imbocco della galleria potessero erodere il terreno non bene costipato si prevedeva l’infissione di palancole nel rinterro», scriveva l’ingegnere. E poi ancora canale di raccolta delle acque di sponda di piccole dimensioni ubicato in aree ritenute localmente stabili. Una struttura in gabbioni che doveva essere ispezionabile e facilmente riparabile con «posa in opera di vegetazione a protezione delle sponde» e «impianto di monitoraggio in superficie e in profondità mediante piezometri e inclinometri utilizzati per lo studio della frana». Veniva anche sollecitata la delocalizzazione «di una fascia di terreno lungo il contorno della frana». Oggi sono le case le case sul precipizio. Dei sei punti di intervento pochissimo è stato fatto e la dimostrazione sono le immagini girate già all’indomani dello scorso 25 gennaio in cui non si vede neanche un albero.
Sono trascorsi quasi trent’anni da quella relazione e oggi il geologo Nicola Casagli - dopo i rilievi anche tecnici e satellitari (che nel ‘97 erano di difficile reperimento) - ha evidenziato le stesse previsioni di intervento. Solo che adesso la spesa da sostenere è più elevata. Il Governo Meloni ha previsto somme per 150 milioni di euro che gestirà direttamente il commissario Fabio Ciciliano per evitare che anche questa volta - tra una inadempienza e l’altra - si disperdano nei meandri della burocrazia. Ci sono solo due cose fatte, ma ancora a metà, rispetto al 1997: l’avvio dei lavori per realizzazione del nuovo depuratore e la nuova rete idrica ancora non entrata in funzione. Per vederlo in funzione il depuratore di mesi ne dovranno ancora scorrere mentre la nuova rete idrica (quella vecchia aveva circa il 60% di perdite) è stata collocata poco prima che il versante ovest della cittadina nissena crollasse nel vuoto.
Due relazioni effettuate nel tempo, tecniche di monitoraggio differenti e un unico comune denominatore: poco o nulla è stato fatto in trent’anni. Di chi è la responsabilità sarà la procura a stabilirlo mentre in Sicilia fioccano gli uffici diversi tra loro ma che non discutono. Un caso emblematico è quello del dissesto idrogeologico (dove ogni passano centinaia di milioni di euro per interventi di mitigazione dei rischi) e quello dell’autorità di bacino. E siamo nella Sicilia di Pirandello, dove la realtà è tutt’altra rispetto all’apparenza.