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Il cappio degli strozzini mafiosi sui trasporti a Caltanissetta: tassi al 140% per un prestito
Arrestati dai carabinieri due usurai nel Nisseno. L'imprenditore, in crisi per la pandemia del 2020, aveva già versato 120mila euro a fronte di un debito iniziale di soli 35mila.
Un finanziamento di 35 mila euro, chiesto per fronteggiare la crisi economica scatenata dalla pandemia, si è trasformato in un incubo con interessi fino al 140% annuo. Lo hanno accertato i Carabinieri della Compagnia di Caltanissetta, che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia nei confronti di due soggetti già noti alle forze dell’ordine.
Le contestazioni sono usura e autoriciclaggio, entrambe aggravate dal metodo e dall’agevolazione mafiosa. Al centro dell’inchiesta c’è un imprenditore nisseno del settore trasporti, strozzato dalle difficoltà post-Covid e rimasto escluso dai canali di credito legale. Costretto dalla necessità, si sarebbe rivolto ai due indagati per un prestito in contanti.
Le condizioni imposte risultavano insostenibili: tassi tra il 137% e il 140% annuo, equivalenti a rate mensili di 3.500-4.000 euro. Nel tempo la vittima avrebbe versato oltre 120 mila euro, di cui 80 mila solo per interessi, senza riuscire a ridurre il capitale.
Per “ripulire” il denaro, gli usurai avrebbero predisposto un meccanismo di autoriciclaggio tramite una società amministrata da un complice: venivano emesse fatture fittizie — tra cui una da 12 mila euro per prestazioni mai rese — così da giustificare i bonifici effettuati dall’imprenditore. Una volta accreditati, i fondi sarebbero stati rapidamente prelevati in contanti o trasferiti su carte prepagate.
Secondo gli investigatori, sull’intera vicenda grava l’ombra di Cosa Nostra: oltre alla contiguità di uno dei due indagati con la criminalità organizzata nissena, le modalità di pressione riprodurrebbero schemi tipicamente mafiosi. La vittima, in forte soggezione, avrebbe collaborato solo di fronte a riscontri ritenuti inconfutabili.
Gli strozzini, sempre secondo l’accusa, imponevano la vendita di auto o moto per saldare il debito e applicavano penali per semplici ritardi. Emblematica la tecnica di riscossione: una banconota strappata a metà consegnata all’imprenditore per “riconoscere” l’esattore, che si presentava con la porzione combaciante.
Il provvedimento è stato notificato ai due direttamente in carcere: erano già detenuti dopo una condanna in primo grado — rispettivamente a 12 anni e a 8 anni e 8 mesi — per un’altra estorsione di stampo mafioso ai danni di un diverso imprenditore. La pervasività del clan emerge anche da una recente interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura a carico di una ditta di igiene ambientale legata da parentela acquisita con uno degli arrestati. Il Gip ha disposto il sequestro preventivo dei conti correnti riconducibili agli indagati.