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31 marzo 2026 - Aggiornato alle 10:08
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L'intervento

Il prof. Gianni Piazza: "Piazza Lupo, il nodo irrisolto degli spazi sociali a Catania"

Tra riqualificazione e conflitto: lo sgombero dell'ultimo centro sociale occupato della città

31 Marzo 2026, 09:33

09:40

Il prof. Gianni Piazza: "Piazza Lupo, il nodo irrisolto degli spazi sociali a Catania"

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Riceviamo e pubblichiamo l'intervento del prof. Gianni Piazza, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici dell'Università di Catania

I centri sociali sono tornati al centro del dibattito pubblico dopo gli sgomberi recenti del Leoncavallo  a Milano e di Askatasuna a Torino. Anche a Catania si riaccende l’attenzione attorno alla Palestra  LUPO (Laboratorio Urbano Popolare Occupato), con lo sgombero dell’ultimo centro sociale  occupato della città, mentre continuano a esistere altri spazi culturali autogestiti. 

Lo sgombero della LUPO presenta tuttavia un elemento peculiare, essendo avvenuto solo una  settimana dopo l’apertura del cantiere in piazza Lupo per lavori di riqualificazione urbana, volti a  realizzare un parcheggio e un infopoint turistico, senza un preventivo intervento delle forze  dell’ordine. Si è trattato infatti di una procedura atipica: di norma, lo sgombero precede l’avvio dei  lavori. In questo caso, invece, la compresenza di operai e occupanti aveva prodotto una situazione di  stallo che aveva finito per bloccare gli stessi lavori, rendendo evidente una gestione quantomeno  contraddittoria dell’intervento. 

Questa anomalia ha innescato una mobilitazione che, per una settimana, ha coinvolto non solo gli  occupanti ma anche molti giovani, dando vita a un presidio permanente fatto di assemblee pubbliche,  attività sociali e contro-culturali. Lo spazio si è così trasformato in un’arena di partecipazione,  confermando come i centri sociali non siano soltanto luoghi fisici, ma dispositivi di attivazione  collettiva capaci di produrre legami sociali e politici. 

Al di là dello sgombero e della mobilitazione che potrà ulteriormente innescare, la vicenda rimanda  a questioni più strutturali. Le politiche di “riqualificazione” urbana, orientate alla valorizzazione  turistica e alla competizione tra città, tendono a privilegiare funzioni economiche rivolte all’esterno,  spesso in tensione con usi e bisogni sociali degli abitanti. Non è un caso che emergano proteste di  residenti e comitati contro interventi percepiti come calati dall’alto, come nel caso della Civita e delle  contestazioni alla “turistificazione” del quartiere. 

In questo quadro, gli sgomberi — passati e presenti — appaiono più come strumenti di gestione del  conflitto che come soluzioni. Esperienze come la LUPO, così come quelle già rimosse in precedenza  (p.e. l’ex Studentato 95100 e il Consultorio autogestito di via Gallo), intercettano bisogni  difficilmente assorbibili dalle istituzioni: socialità non mercificata, partecipazione diretta,  autogestione, produzione culturale indipendente, forme di welfare autorganizzato. 

Ridurre queste esperienze a un problema di ordine pubblico rischia di essere una semplificazione e  un errore d’analisi. Piuttosto, esse rappresentano un indicatore delle contraddizioni che attraversano  oggi le città. E, come spesso accade, rimuovere i sintomi non equivale a risolvere le cause.