L'intervento
Il prof. Gianni Piazza: "Piazza Lupo, il nodo irrisolto degli spazi sociali a Catania"
Tra riqualificazione e conflitto: lo sgombero dell'ultimo centro sociale occupato della città
Riceviamo e pubblichiamo l'intervento del prof. Gianni Piazza, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici dell'Università di Catania
I centri sociali sono tornati al centro del dibattito pubblico dopo gli sgomberi recenti del Leoncavallo a Milano e di Askatasuna a Torino. Anche a Catania si riaccende l’attenzione attorno alla Palestra LUPO (Laboratorio Urbano Popolare Occupato), con lo sgombero dell’ultimo centro sociale occupato della città, mentre continuano a esistere altri spazi culturali autogestiti.
Lo sgombero della LUPO presenta tuttavia un elemento peculiare, essendo avvenuto solo una settimana dopo l’apertura del cantiere in piazza Lupo per lavori di riqualificazione urbana, volti a realizzare un parcheggio e un infopoint turistico, senza un preventivo intervento delle forze dell’ordine. Si è trattato infatti di una procedura atipica: di norma, lo sgombero precede l’avvio dei lavori. In questo caso, invece, la compresenza di operai e occupanti aveva prodotto una situazione di stallo che aveva finito per bloccare gli stessi lavori, rendendo evidente una gestione quantomeno contraddittoria dell’intervento.
Questa anomalia ha innescato una mobilitazione che, per una settimana, ha coinvolto non solo gli occupanti ma anche molti giovani, dando vita a un presidio permanente fatto di assemblee pubbliche, attività sociali e contro-culturali. Lo spazio si è così trasformato in un’arena di partecipazione, confermando come i centri sociali non siano soltanto luoghi fisici, ma dispositivi di attivazione collettiva capaci di produrre legami sociali e politici.
Al di là dello sgombero e della mobilitazione che potrà ulteriormente innescare, la vicenda rimanda a questioni più strutturali. Le politiche di “riqualificazione” urbana, orientate alla valorizzazione turistica e alla competizione tra città, tendono a privilegiare funzioni economiche rivolte all’esterno, spesso in tensione con usi e bisogni sociali degli abitanti. Non è un caso che emergano proteste di residenti e comitati contro interventi percepiti come calati dall’alto, come nel caso della Civita e delle contestazioni alla “turistificazione” del quartiere.
In questo quadro, gli sgomberi — passati e presenti — appaiono più come strumenti di gestione del conflitto che come soluzioni. Esperienze come la LUPO, così come quelle già rimosse in precedenza (p.e. l’ex Studentato 95100 e il Consultorio autogestito di via Gallo), intercettano bisogni difficilmente assorbibili dalle istituzioni: socialità non mercificata, partecipazione diretta, autogestione, produzione culturale indipendente, forme di welfare autorganizzato.
Ridurre queste esperienze a un problema di ordine pubblico rischia di essere una semplificazione e un errore d’analisi. Piuttosto, esse rappresentano un indicatore delle contraddizioni che attraversano oggi le città. E, come spesso accade, rimuovere i sintomi non equivale a risolvere le cause.