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1 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:09
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L'inchiesta

Truffa, corruzione e falso, 23 indagati: così i prof di Palermo prendevano fondi dall'Ue per ricerche mai effettuate

L'indagine è nata dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno fatto nomi e cognomi di docenti che, pur pagati per lavorare, non lo avrebbero fatto

01 Aprile 2026, 07:43

07:50

università di palermo

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La Procura Europea indaga su una presunta truffa all’Ue che coinvolgerebbe 23 tra docenti universitari palermitani, ricercatori e imprenditori. Al centro dell’indagine, coordinata dai pm Geri Ferrara e Amelia Luise, ci sono il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia. Per 17 indagati i pm avevano chiesto misure cautelari ma dopo un anno e tre mesi e dopo gli interrogatori preventivi, il gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze cautelari in virtù del tempo trascorso dai fatti. La Procura Europea ha fatto ricorso al tribunale del Riesame.

L’indagine, che ipotizza a vario titolo i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale, secondo gli inquirenti, avrebbe svelato che nell’ambito del programma scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti. L’inchiesta è nata dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno fatto nomi e cognomi di professori che, pur pagati per lavorare al progetto Bythos, non avrebbero mai realmente contribuito alla ricerca. Lo scopo sarebbe stato far risultare costi mai sostenuti per gonfiare le spese e di conseguenza aumentare il contributo percepito dall’Ue. Oltre a caricare i costi per l’attività dei professori (mai svolte) venivano simulati acquisiti mai fatti con la complicità di alcuni titolari di imprese in modo da creare fondi neri da cui poi attingere.

«Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università. - ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti - Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos». Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.

A dicembre del 2024, i pm dell’ufficio palermitano della Procura Europea avevano chiesto misure cautelari per 17 tra docenti universitari, ricercatori e imprenditori coinvolti in una inchiesta, a carico di 23 indagati, su una truffa all’UE da oltre un milione di euro. Il 6 febbraio scorso, ma la notizia si è appresa solo ora, il gip del capoluogo ha respinto la richiesta pur ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza a carico della maggior parte degli accusati. Per il magistrato, a impedire l’applicazione dei provvedimenti cautelari sarebbe «la risalenza nel tempo delle condotte». Troppo, dunque, il tempo trascorso dalla commissione dei reati.

Una vicenda emblematica dei tempi della giustizia su cui si sofferma anche il gip nel rigettare l’istanza della Procura Europea (Eppo). «Esaminata la richiesta del Procuratore Europeo pervenuta in data 24.12.2024 e esitata in data odierna - scrive il magistrato nella sua ordinanza - in ragione del gravoso carico di ruolo più volte evidenziato ai dirigenti [...] è emersa la ripetuta realizzazione di condotte truffaldine in danno dell’Erario». Quel che manca, per il giudice, a causa degli anni passati sono le esigenze cautelari. «Deve evidenziarsi che la risalenza nel tempo delle condotte per cui si precede, poste in essere dal 2018 al 2023, impedisce di ritenere concreto e attuale il rischio di reiterazione di analoghe condotte delittuose. E, infatti, si tratta di condotte che, pur essendo penalmente rilevanti, si sono esaurite nell’arco temporale sopra considerate», spiega.

Contro la decisione del magistrato, che come prevede la legge ha sentito gli indagati nel corso degli interrogatori preventivi, hanno fatto appello al tribunale del Riesame i pm della Procura Europea Ferrara e Luise.