L'intervista
Il "no" all'uso della base di Sigonella per la guerra in Iran, il giurista Zappalà: «Non abituarsi alla violazione delle regole»
«L'unica decisione possibile»: così quella del ministro Guido Crosetto è definita da Salvatore Zappalà, direttore del dipartimento di Giurisprudenza di UniCt
«Quella di Crosetto, stando alle notizie diffuse, era l’unica scelta possibile». È il commento, in punto di diritto, del direttore del dipartimento di Giurisprudenza all’Università di Catania, Salvatore Zappalà. Ordinario di Diritto internazionale e Diritto dell’Unione europea, già consigliere giuridico della Rappresentanza Permanente d'Italia presso le Nazioni Unite a New York e rappresentante del Governo italiano nella Commissione Affari giuridici dell’Assemblea Generale dell’Onu, il professore spiega che la decisione del governo italiano era inevitabile «sia sotto il profilo delle norme internazionali, sia per quanto riguarda il nostro ordinamento interno, specie alla luce dell'ipotesi che si trattasse di operazioni direttamente intese all'azione bellica contro Stati (l’Iran, ndr) con i quali l’Italia non è in guerra».
Ancora una volta, Sigonella è fonte di tensioni tra l’Italia e il suo più grande alleato. Incidenti (diplomatici) inevitabili?
«Indubbiamente la presenza di basi militari utilizzate e utilizzabili da Stati terzi sul proprio territorio, sia pure nel contesto di una varietà di disposizioni pattizie molto importanti, costituisce sempre una possibile fonte di tensione. Specie quando il più grande alleato sta contemporaneamente criticando, per dirla con un eufemismo, sia i Paesi alleati individualmente, sia la Nato nel suo insieme, agendo senza previa consultazione. Cosa che, invece, proprio nel caso di Sigonella avrebbe reso più agevole la cooperazione».
Non avere regole è ormai la regola?
«Non bisogna abituarsi alle violazioni. Rimane importante avere gli strumenti per la cosiddetta segnaletica internazionale. Davanti all'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa, la comunità internazionale ha saputo qualificare con chiarezza l'uso della forza come atto di aggressione da parte russa (con una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 2 marzo 2022, ndr). Così, ancora oggi, nessuno può ritenere legale l’uso della forza armata contro l’Iran. E gravemente sproporzionato è stato l’uso della forza da parte di Israele nella striscia di Gaza. Bisogna avere il coraggio di dire di no».
Impresa possibile?
«Non vi può essere convivenza, senza la rinuncia a risolvere i problemi con la violenza armata. Il bullo di turno è sempre dietro l'angolo. E non sempre è una superpotenza, che peraltro spesso ha altri modi per farsi ascoltare. Insomma, per aiutarci con il latino: ex iniuria ius non oritur. Un fatto illecito è e rimane tale. Da esso non scaturisce diritto».
La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metzola, ha recentemente affermato che il Diritto internazionale è «pietra fondante, ma non bisogna abusarne per giustificare una tirannia». Sbaglia?
«Il diritto internazionale contiene una serie di valori che stigmatizzano senz’altro quella tirannia e il fatto che sia carnefice del proprio popolo. Ma non bisogna illudersi che il fine giustifichi i mezzi. La lotta per l’affermazione dei diritti e del diritto deve essere condotta dagli Stati europei e dalla comunità internazionale nel rispetto del Diritto. Anche di quelle norme che in una certa situazione specifica potrebbero piacere di meno».
Dopo la massiccia, sanguinaria, repressione ordinata dagli ayatollah contro ogni forma di opposizione interna, Trump e Netanyahu sono sembrati invocare il Diritto umanitario per giustificare il loro intervento. Un pretesto?
«Non ci sono scenari nei quali l’invocazione della repressione interna possa davvero giustificare un intervento armato unilaterale. L’argomento dell'intervento umanitario, che in passato è stato utilizzato per cercare giustificazioni ad esempio nel caso della guerra del Kosovo nel 1999, non è mai davvero diventato una norma internazionale accettata. E comunque, anche se si volesse riproporre questa giustificazione, andrebbe molto più robustamente sostanziata da azioni politiche precedenti ogni intervento armato che in questo caso non hanno avuto luogo».