Procura Europea
«Progetti come merce di scambio» fra i baroni accademici, il prof: «Noi dobbiamo prenderci soltanto i soldi e basta»
Le denunce di due coraggiosi ricercatori. E poi le intercettazioni che cristallizzano il teatro della truffa (milionaria) all'Ue
Un sistema illecito “sartoriale” per agganciare i fondi Ue. Milioni di euro sarebbero finiti nelle tasche di accademici e imprenditori che hanno ideato progetti di innovazione tecnologica e sviluppo territoriale con rendicontazioni classificate dai pm europei come “fantasma”. Il “teatro della truffa” sarebbe stato il dipartimento Stebicef, Scienze e Tecnologie Biologiche Chimiche e Farmaceutiche, dell'Università di Palermo. Il quadro accusatorio però è lontano nel tempo: quindi il gip di Palermo, pur ritenendo che sussistano i gravi indizi, lo scorso febbraio ha rigettato la richiesta di misura formulata dalla Eppo nei confronti di 17 indagati poiché manca l'attualità delle esigenze cautelari. In verità la Procura europea aveva depositato l'istanza già a dicembre 2024, ma il gip - ammettendo il ritardo causato dal grosso carico di lavoro - ha potuto esitare solo quest'anno. Ma la Procura europea non ha condiviso le valutazioni della giudice e ha impugnato davanti al Tribunale del Riesame l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari. Già si è svolta l'udienza e ora si attende la decisione sull'appello dei pm europei Gery Ferrara e Amelia Luise.
ECCO DA DOVE PARTE L'INCHIESTA
Le indagini partono da due “coraggiosi” ricercatori che consapevoli di alcune anomalie nello svolgimento dei progetti finanziati coi fondi Ue hanno deciso di andare dalla guardia di finanza a vuotare il sacco. I due hanno raccontato ai magistrati che “i progetti di ricerca dell’Università degli Studi di Palermo (quantomeno quello del comparto scientifico) vengono utilizzati come ‘merce di scambio’ dai vari professori, i quali si nominano a vicenda nei vari progetti, scambiandosi favori ed utilità varie”. Ma inoltre hanno denunciato la rendicontazione di ore lavorative per persone che non hanno mai messo piede in laboratorio.
E se le testimonianze hanno fornito l'input, le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno cristallizzato il presunto meccanismo fraudolento. A dirigere le fila del sistema illecito sarebbe stato il duo composto da Vincenzo Arizza, Direttore dello Stebicef, e Antonio Fabbrizio, definito dagli inquirenti il vero dominus occulto di diverse associazioni beneficiarie di consulenze.
I SOLDI DEL SISTEMA
L'indagine ha mappato un danno erariale milionario suddiviso in tre filoni principali. Il Progetto Bythos (Biotecnologie marine) ha permesso di ricevere dall'Ue fondi per 1,77 milioni di euro. Soldi che per la Eppo sarebbero stati “percepiti indebitamente”. Sulle fonti aperte nel mondo del web si trovano molti scatti del professore Arizza, anche con ex eurodeputati, che annunciano i grandi risultati del progetto che prevedeva la trasformazione degli scarti di pesce in nuovi prodotti. La truffa sarebbe avvenuta con la creazione di costi fittizi e la manipolazione dei bandi di concorso per consulenze “ritagliati” sui curriculum dei segnalati. “Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università - ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori - Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos”.
Poi c'è il Progetto Smiling (Cosmetici da scarti vitivinicoli) che avrebbe creato un altro buco da 1,71 milioni di euro. Gli indagati sono accusati di aver gonfiato i timesheet del personale per saturare i budget e di aver falsificato documenti sullo smaltimento di migliaia di litri di mosto e olio, acquistati solo per giustificare l'uscita di fondi. Infine c'è il Progetto Progema. Ma nelle oltre 500 pagine di atti giudiziari si fa chiaro riferimento ad altri progetti su cui si sta indagando. L'inchiesta quindi potrebbe essere ancora più ampia di quello che è emerso.
LE INTERCETTAZIONI
Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti nel progetto Smiling.
Le conversazioni hanno rivelato una certa “spregiudicatezza” degli indagati. Anche se Arizza ha affermato al Riesame la totale correttezza delle attività di ricerca. In un’occasione, parlando di un nuovo bando, Arizza ha commentato entusiasta: “buttiamoci a pesce”. Un entusiasmo non legato alla scienza ma alle tasche. Parlando di un progetto sull'estrazione dai fichi d'india, il professore diceva: “Ti dico già in partenza, è un fallimento, ma dato che noi dobbiamo prenderci soltanto i soldi e basta... per me va bene”.
Arizza inoltre organizzava anche delle “sceneggiate” per ingannare gli ispettori regionali. In vista di un controllo, il professore chiedeva al fornitore Alberto Di Maio di portargli scatoli di reagenti “vuoti chiaramente” per riempire gli scaffali del laboratorio.
Il laboratorio di Lipari, che sulla carta doveva essere il fiore all'occhiello del progetto Bythos, è risultato essere una struttura fittizia. Durante i sopralluoghi, i militari della guardia di finanza hanno trovato locali impregnati di umidità e “puzza di chiuso”, con macchinari ancora imballati e coperti di polvere, mai utilizzati dopo il giorno dell'inaugurazione.
Che fossero consapevoli di aver creato un sistema illecito è emerso chiaramente in un'intercettazione del 10 febbraio 2023 tra il professor Arizza e Alberto Di Maio, rappresentante legale di Bioimmun. I due discutevano della gestione di una consulenza da 70.000 euro e Arizza spiegava a Di Maio la necessità di predisporre una procedura che sembrasse regolare: “Ci dobbiamo sedere con Antonio (Fabbrizio, ndr) e dobbiamo congegnare questa richiesta di manifestazione di interesse che ti permetta di partecipare... non è che possiamo fare affidamento diretto perché altrimenti m'arrestano”.
Non c'è solo Arizza, un'altra indagata - Sonia Cudia - discutendo del progetto Smiling, ammetteva candidamente di aver dovuto “fare un po' di brodo” allestendo una produzione cosmetica posticcia con un frullatore manuale comprato all'ultimo momento, solo per dimostrare ai valutatori che la ricerca stesse producendo risultati tangibili che, per gli investigatori, sarebbero stati del tutto inesistenti.
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